Su Carla De Angelis e Guido Passini in Poeti profeti?

di Vincenzo D'Alessio (articolo precedenti qui e qui)

Nella lettura del volume, curato da padre Bernardo Francesco M. Gianni, sulla valenza profetica della Poesia, compaiono due campioni della lotta all’insana passione della società contemporanea di ignorare “gli invisibili”: badate, non sono soltanto coloro che furono scelti per essere sterminati nei lager nazionalisti tedeschi, italiani e russi, durante il secondo conflitto mondiale, sono coloro che per l’avversa sorte naturale sono portatori di una diversità fisica: down, disabili, ammalati cronici, anziani e poeti, sono considerati “un male”, “un peso”, per la società civile che corre sui treni super veloci, nelle metropolitane, sugli aerei… e chi ha tempo per interessarsi a questa specie di uomini? C’è il volontariato! C’è la pietà comune! Le virtù teologali? Non c’è niente di niente.
Così si ritrovano accanto due campioni, o meglio una campionessa e un campione, che hanno iniziato, dalla nascita del loro amore per la vita, la battaglia della diffusione di un diverso linguaggio. Ecco lo spunto offerto da Carla: “Il benessere della parola”. Ci credo! De Angelis trova nella parola poetica la forza per dire sì all’esistenza ogni giorno, per sollevare dal cuscino il capo dei deboli, per affrontare l’imparità sociale che le viene sbattuta in faccia ad ogni porta chiusa:“Se questo silenzio trovasse un lume, / il lume trovasse un fiore, / ti donerei la scintilla / per la stanza delle parole.” (pag. 121)
Avete letto bene: ti donerei. Darsi senza chiedere nessun compenso se non l’Amore che ritorna verso chi l’ha dato.
Guido Passini è un archeologo del respiro: cade in fondo alla tomba, emerge con i suoi reperti di parole, non si arrende: “Lo spirito non mi molla mai”. Questa è la semiotica della sua poetica: “uno strano brusio / (…) Non capto le parole / ma sto pregando Dio.” (pag.163)
Segni antichi per vincere la lotta contro il tempo che lo inchioda ad una croce dalla quale vedere cadere i suoi amici, i suoi affetti, uno dopo l’altro e non potersi schiodare dalla posizione assunta perché è simile a quelli che cadono. Come non amare chi si difende dall’ignoranza della maggioranza delle persone? Come vivere, ignorando il dolore di chi lotta? Ebbene quasi tutti oggi lo fanno: l’indifferenza per difendersi dal male sociale. Poi si donano due euro, anche di più, per i terremotati, i senza tetto, i disoccupati, via telefono e si è in pace con quella che si potrebbe definire coscienza.
Bisogna condividere la povertà. Bisogna conoscerla. Bisogna avere subìto almeno una volta la sofferenza di uno shock anafilattico, essere in fin di vita e ritornare, per capire chi scrive poeticamente: “La mia forza sta nella malattia, / nella sua volontà” (pag. 165). La vera poesia è questa, questa che crede nella vita propria e da donare agli altri. Non ci sono grandi figure retoriche. L’unica metafora resta la coerenza Poesia-Vita. A questi due amici poeti vorrei dedicare i versi di Nazim Hikmet, che dedico anche a chi mi è stato tolto ed era a me molto caro: “(…) Un giorno, madre natura dirà:”Mia creatura / ha già riso, hai già piano abbastanza”: / E di nuovo, immensa / sconfinata, ricomincerà / la vita, senza occhi, senza parola, senza / pensiero…”.

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