da “La tirannia dell’intimità” (Francesca Mannocchi)

«tu hai occhi d’addio, io solo parole sbagliate»

«Ondeggio. / Ma lama di rasoio mi faccio, nella carne.»

Molto contemporaneo, in presa diretta, lo stile di Francesca Mannocchi: l'analisi di fatti ed eventi è nitida, le emozioni sono portate alla loro nudità, lo sguardo è radente e radicale (a volte in bilico fra ironia e sarcasmo, per certi versi impietoso nei confronti del sé), il ritmo – giocato con un intreccio di versi brevi e lunghi – è sostenuto da immagini che ambiscono a “restare” e infatti “prenotano” il futuro e giocano la carta dell'anafora:

«Ho sognato un baule e me a sessant’anni»
«Intavolo allo specchio la mia controffensiva, / mi vedo e /mi ravvedo»
«i giorni del calendario sembrano sempre sbagliati per dire è oggi.»
«inventa un tempo nuovo / un tempo immobile»

Una scrittura che declina una poesia in fondo “lirica” in una maniera assolutamente moderna dandole quel timbro coinvolgente che è l'appartenere a questo nostro tempo indeciso e sospeso (scettico e disilluso eppure con un latente de-siderio di essere IL tempo), più che la condivisione delle (romantiche) emozioni di sempre: «Quando fingo di controllare tutto mi perdo. / Persa mi abbandono / al sentimento delle cose.»; «sospettavo che il passato ti bastasse / per questo avrei voluto sigillarlo».
(AR)


Il tuo compleanno

È il tuo compleanno, guardi
il mio silenzio rovente tra salite e discese di via dei Serpenti

È il tuo compleanno
tu taci, io fremo
io tremo, tu cacci

È il tuo compleanno
tu sei un grido sordo ma io ho scarpe nuove
tu hai occhi d’addio, io solo parole sbagliate

È il tuo compleanno
l’ultima tappa del giro del mondo di tutti i nostri ieri
e un’unica rabbia, la tua.
esplosa maestosa
come ogni fine
delle nostre ultime cene

Maddalena ringrazia, lascia lacrime sui muri

e chiede congedo



Addio (mordi e fuggi)

ti pensavi come
la sopravvivenza dei miei minuti

inarcata tra capelli arruffati e piedi nudi
seppellivo resti semidivorati

di carne tirannica

si lasciava spazio
ad una sconcia putredine



Sinfonia

Volevo uccidere i miei mostri
stesi al sole in gran parata
nel brusio del cerimoniale
medaglie carminio luccicavano a festa
di deferenza reazionaria

ho caricato l’arma raggiante
sopra lenzuola traboccanti di storia
e in una mira senza increspi né pieghe
ha tremato il grilletto sotto dita di cera

ma il mio bersaglio
era un’illusione d’ingegno

e l’arma raggiante
caricata a salve



Il Balocco

Ho sognato un baule e me a sessant’anni

Era il santa sanctorum
di ogni rito tradito
Era il mio testamento
astrazione zaffiro di una vita sfacciata

Ho sognato un baule e me a sessant’anni

Tra l’ afrore del tempo
e il brusio del commiato
ho trovato un carillon polveroso d’amanti:
il balocco d’antan comprato a S. Cosimato



Vocativo

E quando dico addio all’altro errante
piego ginocchia livide e non sprofondo.

Ondeggio.
Ma lama di rasoio mi faccio, nella carne.


Patto di non aggressione

Intavolo allo specchio la mia controffensiva,
mi vedo e
mi ravvedo
tra orchestre e tulipani,
di lividi smarrita.
Tra regine appese a un filo
sei al punto della resa,
ti vedo da lontano
che ti destreggi invano.


Lost in translation

assediato da meccaniche pallide è
il mio agosto. E vestito d'ignoto.
mi sveglia un'alba che è fuori dal tempo,
perché sono qui? e poi
te l'ho mai detto che non sarà più come prima?

c'è giusto il tempo di una sveltina.


Quanto dura il tempo che non passa?

il dolore d'estate è banale come una promessa fatta a denti stretti.
e non mantenuta.
da qualche parte si deve pur ri-cominciare.
i giorni del calendario sembrano sempre sbagliati per dire è oggi.
il dolore d'estate è banale come una promessa fatta di notte.
fingendo l'amore.
come si fingono i ricordi quando il tempo non è più immobile.
ma d'improvviso è già passato.



Del tempo che non passa

Inventalo un altro tempo per noi
che non sia il tempo passato e che non sia il tempo che ci resta
inventa un tempo nuovo
un tempo immobile
un tempo che non scorra
Inventa un giorno perfetto
l’ultimo giorno di sole prima dell’autunno
una sera di settembre che fa nette le sfumature
un risveglio in cui è tutto chiaro
Inventa il tempo di capire
il tempo in cui la presunzione della ragione
lasci spazio al vento che soffia e la porta via
la ragione di chi non ce l’ha.
Inventa un tempo di cui vantarsi
il tempo per salvarmi dalla realtà
il tempo di seppellire i sensi di colpa.
E lanciare un fiore su quello che resta
dei sensi di colpa
tenere altri fiori nella mano
e con la mano che mi resta
stringere la tua di mano.
In un tempo che non passa.


Il sentimento delle cose

Una cartolina francese nella moto.
La scelta delle tazze per la colazione.
I miei jeans per avermi sempre addosso.
La tua cinta che ti lega alla mia Vita.
Modigliani che ci guarda al bussare del mattino.
I barattoli senza tappo sulla mensola del bagno.
Le tue mani assolute ad accendere il camino.
I giornali d’accompagno.
Un pupazzo rosso che hai chiamato come me.
La carta sottosopra dei regali di natale.
Il giardino siciliano da cui scappo per tornare.
Il negozio di fumetti a stregare ogni pensiero.
Il vestito chiaro comprato all’usato.
Le pesche biologiche a pulire nell’acqua.
Il quinto dell’inferno appeso al muro.
Il mio libro steso entrando in casa.
Come panni ad asciugare sul balcone di una casa di mare.

Quando fingo di controllare tutto mi perdo.
Persa mi abbandono
al sentimento delle cose.


Lascia ch’io pianga

la prima cosa è stata aprire una bottiglia di vino
e scoprirla marsalata
quella sera che la casa pareva matriosca

memorie nascoste nelle pieghe dei libri lasciati
per sbaglio
o nell’opera di Handel che colava dalla casa accanto

la seconda cosa è stata impormi di non dare forma
all’attesa
quella sera in cui volevo stordirmi di familiarità

oggetti afferrati di rabbia furiosa poi
orgoglio di donna
che molla la presa

la terza cosa è stata accendere una sigaretta.
Nel tempo che il sapore del fumo diventasse amalgama
con la vertigine della solitudine
avevo capito.

Non era attesa di una resurrezione.
Non volevo il Lieto Fine.
Aspettavo che il tempo pagasse il mio conto in sospeso
con la maternità.


Io e te: un branco

Certo mi rimproveravi una sottile inerzia
ogni volta che ti faceva comodo confondere una pigrizia incerta
con l’equilibrio dei talenti
Esigevi da me una coerenza combattente
partigiana pronta all’uso nella guerra del pensiero
nella terra incompetente
di idee scollate dalla condotta.
Mi dicevi che l’unico senso del nostro esserci nel mondo
era un tentativo di trasformare
un’inquietudine fatale
nella condanna a vita del pensiero.

Certo non avevi la misura dell’abisso
che si prova con la creta tra le mani
quando dalle mani la creta non può più prendere forma
sospettavo che il passato ti bastasse
per questo avrei voluto sigillarlo
di colla e ceralacca
e deportare tutti i tuoi sbagli
in un campo di decoro.

Ti restavano un’indomita coerenza a strapiombo sulla vita
e una freddezza conseguente.
Di quella coerenza provavo a nutrirmi attenta a non consumarti la luce.
Poi ho capito che il banchetto che hai dato per me
era una festa dell’obbedienza
Tana d’animale ferito da troppa fretta
e che non sa cadere.

Mi sono raddrizzata come un cavallo caduto in corsa.
Dimezzata con la percezione del precipizio
Ora
vivo moltiplicandomi.


Francesca Mannocchi, ventottenne romana. Una laurea con lode in Storia del Cinema e il desiderio di raccontare storie. Con la voce, in radio o attraverso immagini, documentando i
Lavori del paese. E poi la scrittura ad incastro con la fotografia.
Seconda al concorso Pubblica con noi 2009 di Fara Editore che ha pubblicato la silloge L'uscio.
Presente in una decina di antologie poetiche per
Aletti Editore e Perrone Editore, una selezione di poesie è stata pubblicata sulla rivista «Il Monte Analogo».

2 commenti:

francesca ha detto...

Grazie delle parole Alessandro. hai ragione nel dire che è il Tempo il filo conduttore di questi versi nuovi. il Tempo sospeso, appunto. indecente e crudele. da cui deriva la declinazione di queste 'tirannie' che vogliono, nelle mie intenzioni, racchiudere due aspetti solo apparentemente contrapposti dell'amarsi. ma in verità, profondamente necessari.

Alessandro Ramberti ha detto...

Grazie a te Francesca. Penso che quesi versi possano essere molto rappresentativi di questi giorni e della temperie che li caratterizza. Inoltre hanno una carica pro-vocante e dinamica che nonostante la tirannia dei condizionimenti ci apre prospettive nuove e (speriamo :) feconde.