Su Storie minime di Maria Pina Ciancio

recensione di Vincenzo D’Alessio

Quando, in tempi di profonda solitudine umana come quelli che viviamo, giunge da un editore, non posizionato nel cuore del Meridione, un libro pieno di quella forza meridionale che riscalda le notti fredde del Nord di qualsiasi luogo conosciuto, e si avvale del contributo storico/critico di un poeta genovese nella postfazione, vuol dire che la “Questione Meridionale” non è più nelle mani della politica: è oggi nelle mani della Poesia.
Finalmente le idee possono rifiorire nella mente di chi legge questi versi. La Poesia ha trovato il solco in cui incanalare gli sforzi sostenuti dagli autori del Novecento, appena concluso, uniti alle nuove energie dei contemporanei. La raccolta della poetessa Ciancio racconta il corso di questi avvenimenti: c’è la figura paterna cara a Scotellaro e Sinisgalli; i paesaggi lucani illuminati dal poeta Alfonso Gatto (del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita) nei suoi articoli per «Il Giornale del mattino» di Firenze; la semplicità delle genti lucane e delle tradizioni care a Teresa Armenti; la storia dei vinti descritta dal bel romanzo Il Padre degli Animali di Andrea di Consoli.
Gli accordi armonici nella partitura di questa raccolta non hanno bisogno di troppe metafore: raggiungono l’immediatezza attraverso la “nudità” degli occhi della poetessa proprio come ha indicato Sannelli in postfazione: “quindi i testi dovranno essere innumerevoli, e riscritti nervosamente, sempre, adottando tecniche diverse e quasi separate, anche sconvolgenti” (pag. 42). Diventano attori protagonisti delle composizioni in raccolta il vento, la neve, il buio, la notte, il viaggio. Una malìa che prende il lettore e non lo abbandona; uno spaesamento che rende invisibili i luoghi veri e traduce le immagini poetiche in luoghi senza tempo. Un misto tra paura ed incanto. Per molti motivi di scrittura questo lavoro mi porta alla mente quello del poeta italoamericano Luigi Fontanella dal titolo Terra del tempo (Book ,2000).
“Mi abitano i paesi spopolati / e il vento” (pag. 13) scrive Maria Pina, “Tra paese e città la terra nuda, / il silenzio della campana / e una voce quanto più lontana”, scriveva Rocco Scotellaro nel suo Viaggio di ritorno negli anni cinquanta: sembra che nulla cambi in Lucania. Nulla cambi nel Sud della nostra bella penisola. Partono e restano. Stupidi e furbi. Buoni e violenti. Sembra un meccanismo che non smette mai di consumare vite umane, destini unici: “Sei fuggito scalzo, di notte / un tozzo di pane e una pera / Come mio padre, mio figlio / e pure l’altro fratello” (pag. 17). Al nostro Sud sembra che non resti altra alternativa. Eppure c’è la stessa terra che ha sfamato uomini per migliaia di anni; la stessa terra che ha raccolto migliaia di salme; la stessa terra che ingoia i figli migliori nella dimenticanza. Non è la terra cattiva, sono gli esseri che la popolano; l’ipocrisia che regna; la fame che comanda; i politici che nel loro potere sono simili ai violenti. Chi si oppone al potere deve solo andarsene. E non è solo il potere civile, c’è anche quello clericale.
I motivi di dialogo con la nostra poetessa, attraverso i suoi versi, sarebbero tanti. Tanti sono anche gli spunti di ripresa dei modi antichi (anche se sono passati solo trentanni) di vita semplice, sana, dignitosa, contadina. Quasi c’è da vergognarsi a riesumare questa figura: fantasma distrutto dalla sete di città, dal rapido progresso industriale; dallo spopolamento interno verso “il benessere” fallito delle città costiere, dei nuclei industriali a tutti i livelli; del sacrificio di interi territori a vocazione agropastorale. Veramente la posizione della persona di cultura al Sud è di isolato, di solitudine. Veramente coloro che scrivono poesie, frequentano l’Arte, sono ancora “ i filosofi” perseguitati dai politici borbonici: “Restiamo così al freddo dell’inverno / che ci stacca l’intonaco dai tetti / e il tempo del presente da noi stessi” (pag. 28).
Vorrei dire che la Nostra ha adempiuto perfettamente al suo proposito “Vedi figlio ho imparato la sua voce” (pag. 39) parlando di Rocco Scotellaro. Direi che con questa prova storico geografica il continente lucano di Scotellaro ha ripreso a girare in perfetta armonia con quella bella invocazione – “Cantate, che cantate? / Non molestate i padri della terra.” – che il poeta sindaco dedicava ai poeti e a sé stesso. Ma non basta. Questa è un’altra voce nel coro di quanti amano e scrivono per fare in modo che i mille rivoli poetici del suditalia raggiungano l’Europa disattenta. Noi abbiamo fame di Giustizia, di Lavoro, di Gioventù. Siamo addolorati nel vedere i migliori ingegni andare lontano dalle nostre aule scolastiche, dagli ospedali, dai ruoli vitali delle realtà urbane. Basta con i furbi servi dei politici. Noi siamo rimasti la turba dei pezzenti, quelli che per tutta la loro esistenza continueranno a strappare, a padroni e politici, le maschere coi denti.

Giugno, 2009

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