Su Fashion di Alberto Mori

recensione di Annelisa Addolorato

scheda del libro qui

Nello specchio di un camerino di prova della boutique del centro commerciale interstellare, appare una scritta: “Attenzione: prova poetica d’autore!”
Mori ci fa sfilare con lui attraverso le passerelle consonanti e vocali della creazione della moda seriale. Haute couture del verso, l’alta sartoria del linguaggio, tra griffe e montaggio, assemblaggio di materiali, labirinti di tagli innovativi e classici, che dipingono la nostra società attraverso gli oggetti, le parole e i concetti liquidi con cui gli individui che ne fanno parte si coprono il corpo, il volto, i piedi, il capo.
Si palesa qui la traiettoria ciclica della poetica dell’ultimo Alberto Mori, che da Raccolta (Fara, Rimini 2008), in cui percorreva e nominava l’universo dei resti, di ciò che gettiamo via e che si trasforma tra spazzatura e riconfigurazione di quello che svuota le case e riempie le discariche, passando per Distribuzione (Scrittura creativa edizioni, Borgomanero 2008), in cui realizzava un ampio cameo sulle modalità di scambio di beni e denaro, e ora con la sua silloge sulla moda del dire, che potrebbe, con beneficio d’inventario, preludere alla ciclica ricomposizione del percorso, ricongiungersi al primo volume con un volume (che lo invitiamo a scrivere, e a cui mi propongo di collaborare come coautrice…) di poesie sull’argomento della eco-moda e dell’eco-design.
In Fashion il poeta ci mostra, da uno scintillante back-stage verbale, la vestizione del principe digitale, dell’androgino cavaliere multimediale, della pacifica guerriera eolico-solare, che come ognuno di noi, oggi si bardano vestendosi con drappi e accessori, dispositivi digitali e stoffe luminose. Armati di eeepc e auricolari-tatuati addosso. Nomi e marche che si intrecciano come fili, per dare vita ad una lingua, marchi di fabbriche virtuali profumano i soggetti collettivi, rilasciando le loro fragranze sugli ologrammi dei corpi in movimento. Catalogo di moda per stagioni ancora da inventare che coniuga luoghi topici dell’alta moda, della pubblicità e del quotidiano sovrapporsi del azioni, entità umane e cibernetiche, oggetti virtuali, status vestiti. La tecnologia del tessuto a scomparsa. Mobile e immobile. Repertorio di flora e fauna dell’attuale prêt-à-porter metropolitano planetario. Una stratificazione di oggetti e di tele che sono visioni. Coprendo e nascondendo pelle, ossa, carne delle modelle e dei modelli che arrivano da tutto il mondo indossando pepli impalpabili e calzando coturni iridescenti adibiti al teletrasporto. Mori scandaglia nel profondo dei messaggi criptati esistenti sia nei costumi di scena del nostro quotidiano, sia nei loghi che ne costituiscono la confezione. Repertorio di nomi e stili che fluttuano tra le pieghe del vestuario di scena dell’individuo metaforico che popola il globo. Un canto al nostro corpo di oggi, patinato e delicatamente sfiorato da vesti culturali.
Oltre Peter Greenaway, a cui come artista e regista interessava più la plasticità dei corpi rispetto all’attore, rispetto all’emozione dei personaggi, ma a partire dalla sua stessa prospettiva postcontemporanea e dallo stesso sguardo d’artista quasi ‘naturalista’, Mori qui privilegia in modo sottile il dialogo meta poetico tra segno e linguaggio che sopravanza la dimensione interna dell’essere umano, delineando e descrivendo una costellazione del vissuto collettivo e dei suoi lemmi, di un patrimonio linguistico comune che è anche sintomo e traccia di variegati rapporti sociali, economici, coordinate spaziotemporali condivise.
Intrigante è anche il glossario in calce alla silloge, che ci conferma la completa e consapevole adesione del poeta ad una dimensione sinestetica e sincretica.



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