Su Ma il cielo ci cattura di Ardea Montebelli

recensione di Franco Casadei

scheda del libro qui

Un libro originalissimo, che alterna suggestive immagini degli eremi in bianco e nero degli Abruzzi a brevi componimenti poetici, a reciproco sostegno nel viaggio verso la verità, “un punto di domanda / misterioso e fragile”. Scrive Kafka: “Esiste la meta, ma non esiste la via”. Nella sua fatica letteraria Ardea Montebelli sottolinea invece non solo che la meta – cioè la verità – esiste (“Una e una soltanto / è la verità / cui tende il nostro amore”), ma pure che c’è la via per raggiungerla; una via accidentata certo, piena talora di tormento (“… sul mio tormentato credo / per qualche tratto / il mistero si dissolve”), ma “la traccia della rivelazione” prima o poi si svela se il cuore sta in posizione di attesa. A conferma i bellissimi versi: “Lo udremo mormorare / tra le foglie / il senso delle cose / rapiti dalla bellezza”.
C’è come un tremore talora, ma non il dubbio; il tremore di chi ha incontrato la verità, ma ancora non la possiede, è il già e non ancora. Una verità comunque percepita non come sogno o come semplice proiezione astratta di un desiderio. Lo intuisce chiaramente nella profondissima prefazione al volume Paolo De Benedetti, quando scrive:”la verità non è il prodotto del nostro pensiero…, la verità è una persona; non è una scoperta dell’intelletto, ma il fidarsi di una voce”.
Un libro agile, ma non per questo leggero. Una lettura piacevole, ma densa di domande e di risposte che poggiano su una speranza certa. Uno squarcio di luce in un mondo della poesia che sempre più si concentra sui drammi del vivere, rinchiuso in un nichilismo senza speranza.

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