3 poesie da Kobarid di Matteo Fantuzzi


Raffaelli, Rimini, 2008

I versi che Matteo Fantuzzi ha raccolto in Kobarid si fanno apprezzare per la loro capacità di fotografare, con l'incisività del poeta, la realtà del quotidiano (con la profondità di uno sguardo che ha contezza della storia). C'è quasi un taglio zoliano in questi squarci di vita che sembrano chiedere al lettore un “risveglio” dal torpore consumistico/mediatico in cui rischiamo tutti di cadere, senza radici, senza valori (che è faticoso accudire), senza entusiasmi che esulino appena dalla sfera dell'io.


Non si sveglia mai
questa città dal treno
come non volesse,
ne sentisse poco l’obbligo.

E mentre chiude le finestre,
mentre si tappa in casa, intanto
dorme il proprio stato di malessere:
la sua sconfitta urbana.

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Devi diventare più aggressivo col lavoro
perché oramai va forte anche l’usato
e un poco ovunque spuntano degli outlet;
devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore,
in clinica oncologica ad esempio, e dire:

“Lei è incurabile per caso? E quanto tempo ha a disposizione,
un anno? E alla bara ha già pensato? Io le vendo da 20 anni,
importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco”.

O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare
porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre
se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto
o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute)
non volesse già decidere la cassa.

Perché tanto “quella” arriva e non fa sconti,
e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata,
di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore.

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Precariato

E non sai più cosa aspettarti
da questo borgo in mezzo alle montagne
dove la gente invecchia e non fa figli,
che si spopola. E tu che sei il becchino del paese
come tuo padre e il padre di tuo padre
(e che non vuoi, non puoi)
ti domandi come sarebbe meglio: che crepassero
in un solo colpo tutti per chiudere bottega,
oppure un po’ alla volta, goccia a goccia, per vivere di stenti,
ma nel contempo andare avanti, per resistere.
E sopravvivi in questa prospettiva di precario,
di chi lavora a termine, si attacca al calendario,
e quando senti un’ambulanza tremi e esulti assieme,
perché è così: oggi si mangia,
ma nel contempo non hai più un cliente,

è un nuovo scatto
che procede e porta al baratro, ti annienta.


v. anche le recensioni di Fabiano Alborghetti e Francesca Matteoni

1 commento:

Unknown ha detto...

quanti echi in questa poesia, versi di sapore ottocentesco, pennellate che rinviano (consapevolemente?) ai macchiaioli, o ai ritmi della poesia fra otto e novecento, una poesia popolare e colta al tempo stesso, qualche sguardo al neorealismo. Ma resi con impronta propria, un'ironia amarognola, eppure non nichilista.
Bello rileggerti dopo tanti anni, Matteo. La tua vecchia professoressa di lettere, Rossella D'A.