cfr. www.faraeditore.it/html/eventi09.html#romagna
(cliccare sull'immagine per ingrandirla)
dalla tradizione i nuovi percorsi

IN-CENSURATI
ENO' Wine Bar , via Roma 4
Taranto
Domenica 3 Maggio ore 19:00
Presentazione a cura di Aldo Perrone delle antologie poetiche:
Una piccola poesia, vol. II (Casa Editrice Kimerik)
Storie e versi (Fara Editore)
Ospiti della serata gli autori tarantini
presenti nelle due antologie.
Erminia Daeder, Alessandro Marti,
Rosalia D’Arcangelo, Gianni Cellamare,
Giuseppe D’Auria, Manuela Giacomelli,
Roberto Iannetti, Lucrezia Maggi,
Shambhu ( Roberto Signorella)
Reading di poesia a cura degli autori
Una piccola poesia Vol. II
Raccolta poetica corale ideata e curata da Lucrezia Maggi
(Casa Editrice Kimerik)
Può la poesia essere sollievo quando tutt’intorno ogni cosa appare ormai priva di colore?
Può la poesia contenere lo straripare emozionale delle nostre anime sature di urla troppo a lungo trattenute?
Una Piccola Poesia. Per i deboli, per gli affranti, per chi urla, per chi tace, per chi cerca risposte, per chi crede di averle trovate, per chi ama, per chi soffre. Per chi va ma, soprattutto, per chi resta…
… E i giorni e le vicende riemergono e la loro storia diventa verso, poema, aura densa e sublime. E così scorrono, sotto l’occhio del lettore, immagini, sequenze luoghi e azioni; proiezioni di anime sature di sentimenti, dolori e passioni.
"L’immediatezza della poesia sta nella sua freschezza di pensiero, nel suo ergersi semplice e nuda davanti agli uomini, come una ninfa non imbarazzata dagli sguardi, ma certa del suo messaggio di armonia.
In fondo, la funzione della poesia è quella di aprire a nuovi spazi inesplorati che, paradossalmente, spesso, sono i nostri spazi intimi."
(dalla postfazione di Gabriele D'Angeli)
«Ecco, “Una piccola poesia”, questa nostra seconda raccolta, amo immaginarla così: un’unica variopinta tela intessuta di “silenzi”… Mentre, tra le trame di essa, il tempo chiama a sommare tra “scalze parole”, un solitario vissuto.» (Lucrezia Maggi)
Dal 14 al 18 maggio , al Salone del libro di Torino
Nell'antologia sono pubblicati i testi di 22 poeti 8 dei quali tarantini
Storie e versi (Fara Editore)
Antologia del concorso Pubblica con noi 2008, antologia che raccoglie l’esito del concorso indetto, dalla casa editrice Fara di Rimini e che porta alla conoscenza del più vasto pubblico di lettori e radio ascoltatori (Radio Alma di Daniela Terrile) le poesie, le storie, i racconti di tanti autori dal racconto fantascientifico alla poesia d’amore, dal verso tornito e vigoroso alla novella di ambientazione storica, dai poemetti narrativi alle storie che mettono sagacemente alla berlina i rapporti interpersonali in questa nostra società apparentemente (veramente?) disgregata eppure consumisticamente omologata… una umanità che può trovare nella consapevolezza della sua crisi (e tutti gli autori qui presenti ne riverberano fra le righe o esplicitamente
i sintomi) le risorse necessarie a una rinascita etica ed estetica.
Per la sezione poesia sono state scelte per la pubblicazione le raccolte di Erminia Daeder, Stefano Leoni, Roberto Marino Masini, Sebastiano Adernò.Per la sezione racconto trovate le opere di Luigina Sgarro, Alessandra Carlini e Giuseppe Perciabosco.
A proposito della raccolta L’intrico e i serpenti di Erminia Daeder, Massimo Pasqualone nella sua postfazione scrive: “Nella raccolta sono dosate in modo sapiente le figure di suono e di significato, arricchita com’è da preziosi correlativi oggettivi di eliotiana memoria”.
Ogni verso è una provocazione all’inseguimento di una linfa che nasce dalla terra, dalla natura, dal sangue, e promana una forza negli eventi sul mare, nel vento, sull’ambiente,sulla umanità.
Il rancore sorge e si riversa nelle poesie contro “i serpenti” e contro “l’intrico” dell’esistenza. Versi scabri, nudi, arricchiti da una mano sapiente alla ricerca di una “fede”/ “ostia” d’immortalità.
Nei locali dell'Enò Wine Bar sarà esposta una selezione
di quadri dell'artista tarantina Seve Fontana
-Ingresso libero –
consumazione obbligatoria
www.caffeletterarioincensurati.wordpress.com
CASCINA MACONDO
Centro Nazionale per la Promozione della Lettura Creativa ad Alta Voce e POETICA HAIKU
Borgata Madonna della Rovere, 4 - 10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
tel. 011-9468397 - cell. 328 42 62 517
info@cascinamacondo.com - www.cascinamacondo.com
BANDISCE
7° EDIZIONE - CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA HAIKU IN LINGUA ITALIANA
possono partecipare: autori di ogni nazionalità e di ogni età
partecipazione: GRATUITA
sezioni: individuale (autori singoli) - collettiva (scuole e area handicap)
quantità: massimo tre haiku classici INEDITI (5-7-5 sillabe) in lingua italiana.
invio: solo attraverso la compilazione del modulo on line www.cascinamacondo.com (previa registrazione)
scadenza: 31 MAGGIO 2009
premiazione: domenica 22 NOVEMBRE 2009 a Cascina Macondo - cerimonia ufficiale
premi: 114 haiku classificati (57 sezione singola + 57 sezione collettiva) pubblicati in volume
1°- 2°- 3° PREMIO SEZIONE SINGOLA:
- preziosa ciotola Raku, attestato, libro degli haiku
- al PRIMO PREMIO anche un soggiorno di una settimana per 2 persone alle CINQUE TERRE ospiti in un villino del Villaggio La Francesca (Bonassola-La Spezia-Italia)
- al SECONDO PREMIO anche un soggiorno di una settimana per 2 persone presso la PENSIONE SIGNORINI (Castiglioncello-Livorno-Italia)
1°- 2°- 3° PREMIO SEZIONE COLLETTIVA:
- targa in ceramica Raku alla Scuola
- attestato e libro degli haiku all'alunno
- libro all'insegnante
AI PRIMI DIECI CLASSIFICATI DI OGNI SEZIONE ATTESTATO DI MERITO
nota 1: tutti gli haiku pervenuti sono visibili sul sito di cascina macondo
nota 2: il pubblico può votare gli haiku messi on line
(Il voto del pubblico è utile parametro di riferimento per dirimere i casi che hanno ottenuto parità di voto dalla giuria)
clicca qui per il bando completo IN 14 LINGUE (grazie per averlo stampato e appeso in qualche luogo)
http://my.cascinamacondo.com/site/bando.asp
giuria
Alessandra Gallo (scrittrice-poetessa-insegnante)
Annette Seimer (traduttrice)
Antonella Filippi (scrittrice-poetessa-Haijin)
Domenico Benedetto (fotografo)
Fabia Binci ( scrittrice-Haijin-insegnante)
Fabrizio Virgili (Haijin-insegnante)
Giorgio Gazzolo (Haijin)
Michele Bertolotto (web master-Haijin)
Pietro Tartamella (scrittore-poeta-Haijin-insegnante)
membri onorari della giuria
Ban'ya Natsuishi (Japan)
Danilo Manera (Italy)
David Cobb (UK)
Jim Kacian (USA)
Max Verhart (Holland)
Nico Orengo (Italy)
Visnja Mcmaster (Croatia)
Zinovy Vayman (Russia)
Sponsor e Patrocini
Regione Piemonte www.regione.piemonte.it
Comune di Riva Presso Chieri www.comune.rivapressochieri.to.it - Fondazione Italia-Giappone www.italiagiappone.it
Liceo Europeo Convitto Nazionale Umberto I www.cnuto.it/CNUTO/CNUTO/SitoPubblico/Sezioni/11
Villaggio La Francesca www.villaggilafrancesca.it - Pensione Signorini www.pensionesignorini.it
Cogest M&C-Business & Travel www.cogest.info - Edil.Dan.Pi. Costruzioni s.a.s www.edildanpi.it
Gruppo Piotto - Gruppo Haijin di Arenzano - Edizioni Angolo Manzoni www.angolo-manzoni.it
Deart Web Agency www.deart.org - Colombre Film www.colombre.it - Circolo dei Lettori www.circololettori.it
È in libreria il volume antologico “Renato Turci, poesie e testimonianze,” pag. 148, € 13,00, edito da Foschi Editore, C.so della Repubblica 144, 47100 Forlì, tel. 0543/370355
a cura di Davide Argnani e Raffaele Ferrario
L’opera, a cura di Davide Argnani e Raffaele Ferrario, è dedicata alla poesia e alla figura del poeta RENATO TURCI (Francese di nascita ma Romagnolo d’origine). Ecco di seguito un saggio sulla figura del personaggio e una breve antologia della sua poesia tratta dalle cinque raccolte inedite presentate nel volume “Renato Turci: Poesie e testimoninanze”, che comprende la presentazione del noto critico Pietro Civitareale e le relazioni degli studiosi e critici : Davide Argnani, Raffaele Ferrario, Pier Giovanni Fabbri, Gabriele Ghiandoni, Luigi Riceputi, Stefano Simoncelli, Sauro Spada, Giampaolo Chiarelli, Sante Pedrelli, Paolo Turroni e Marino Biondi.
Questo libro, dedicato al ricordo e ad alcune raccolte inedite di Renato Turci, è nato grazie all'idea e alla volontà dei curatori e degli amici (Pier Giovanni Fabbri, Gabriele Ghiandoni, Luigi Riceputi, Stefano Simoncelli, Sauro Spada e Gian Franco Fabbri in qualità di lettore) che aderirono e parteciparono, sabato 5 maggio 2007, quattro mesi dopo la sua scomparsa, all'«Omaggio a Renato Turci» presso la Libreria Mondadori di Cesena, in V.le Carducci 27, segnando l'ultimo incontro della rassegna "Momenti Letterari" che, insieme a Davide Argnani, Renato aveva animato fin dal primo incontro avvenuto sette anni prima, venerdì 8 novembre 2002.
Questa opera vuole anche significare la gratitudine per il rispetto e il riconoscimento intellettuale che la Libreria Mondatori di Cesena-Forlì, ha ritenuto di dedicare all'operosità e alla peculiarità culturale di Turci e alla sua appassionata dedizione di animatore culturale presso la Libreria stessa.
L’Autore, una biografia - Renato Turci - poeta e pittore - era nato a Longwy, in Francia, il 10 ottobre 1925 da emigrati cesenati e a Cesena è scomparso il 7 gennaio 2007. Ha abitato per diversi anni a Arles, in Provenza, e la sua formazione culturale era francese, mentre le sue prime aspirazioni artistiche erano rivolte verso le arti figurative. Risale al 1941 il suo trasferimento a Cesena dove vivrà per tutta la vita. Nel 1952, una sua prima raccolta inedita di poesie in lingua italiana, dedicate alla figlia appena nata, e alla moglie Anna, a Roma riceve il primo premio "Incontri della Gioventù" da una giuria composta da Giuseppe Ungaretti, Carlo Betocchi, Attilio Bertolucci, Adriano Grande ed Enrico Falqui (il libretto uscirà l'anno dopo con aggiunte e con il titolo: Lilia e altre poesie nelle edizioni Lega di Faenza). Nel frattempo e sino al 1981 è nella celebre Biblioteca Malatestiana della quale è stato vice direttore. Nel 1966, con la raccolta inedita Qualcosa di più, vince la prima edizione del "Premio Nazionale di poesia Roberto Gatti", la cui giuria contava Marino Moretti, Carlo Betocchi, Giuseppe Raimondi, Geno Pampaloni e Claudio Marabini. Nel 1970, insieme agli amici cesenati Cino Pedrelli e Bruno Pompili, ha fondato la rivista di varia cultura «Il Lettore di Provincia», che ha diretto fino alla sua scomparsa, edita da Longo di Ravenna. Nel 1973, per i tipi della Sindia editrice di Bari, ha pubblicato Cantone malo, una raccolta di brevi poemetti in prosa o schegge di romanzo che hanno per soggetto un antico quartiere di Cesena e i suoi abitanti. Nel 1974, per la Forum editrice di Forlì, esce, riveduta e ampliata, la raccolta Qualcosa di più, con introduzione di Giovanni Pacchiano. Ha tradotto opere di Jean Paulhan per le editrici Longo di Ravenna e Ripostes di Salerno-Roma. Nel 1996, presso le editrici cesenate, Il Vicolo e Il ponte Vecchio, associate per l'occasione, ha pubblicato Un quadrilatero letterario: Serra Vailati Paulhan Ungaretti, opera che si occupa delle postille lasciate da Renato Serra nel volume Scritti di Giovanni Vailati (1913). Per l'editrice Le Monnier ha curato nel 2001 le lettere di Serra alla giovane cesenate amata nel 1913: Lettere a Fides "saetta che ferisce e vola". Ha tradotto in francese i testi serriani Ringraziamento a una ballata di Paul Fort (1914) e Esame di coscienza di un letterato (1915) e in italiano i saggi paulhaniani Le clair et l'obscur et le don des langues. Inoltre, sempre come poeta, ha pubblicato Le coupable (Ed. Nuovo Ruolo, Forlì 1983), Prima ed ora (Il Lettore di Provincia, Longo, Ravenna 1983), I ritorni (Ed. Ripostes, Salerno-Roma 1993) e in una edizione riveduta e ampliata con testi inediti, a cura delle edizioni Il Vicolo di Cesena, nel 2006 è uscita la sua ultima opera Cantone Malo. Nel 1991, nelle edizioni Ripostes di Salerno, aveva pubblicato il saggio: Franco Ferrara. Per conoscere una poesia e un uomo (Ed. Ripostes, 1991). Numerosi critici hanno analizzato la sua poetica, fra i quali: Luciano Cherchi, Ernestina Pellegrini, Giovanni Pacchiano, Franco Verdi, Claudio Toscani e Pietro Civitareale. È stato collaboratore di varie riviste italiane e francesi, fra cui: «Potere Sociale», Cesena; «La Scrittura» diretta da Antonio Stango e Idolina Landolfi, Roma; «L’Ortica», Forlì; «Impegno 70» Mazara del Vallo, Trapani; «Cartapesta» Imola; e «Studi Romagnoli» di cui è stato, per vario tempo, animatore e responsabile dell’omonima Società… Come pittore la sua prima grande mostra personale fu allestita, a cura di Davide Argnani, al Centro Culturale «Nuovo Ruolo» di Forlì nel 1980 (dal 22 novembre al 7 dicembre), ottenendo gran successo di pubblico e di critica e poi due anni dopo presso la Galleria «Abbecedario» di Forlì, riscontrando altrettanto riconoscimento.
L' “ESPRIT DE GEOMETRIE” DI RENATO TURCI - dalla Presentazione di PIETRO CIVITAREALE
Questi inediti coprono un quarantennio della ricerca poetica di Renato Turci. Pertanto, tenendo conto della dislocazione editoriale delle sue pubblicazioni poetiche (fatta eccezione per la raccolta Lilia e altre poesie del 1954, che ne costituisce verosimilmente la preistoria), possono essere assunti a paradigma della evoluzione stilistica e tematica della sua poesia.
Ma se i testi di Immagini di Parigi (1964) possono richiamare quelli di Qualcosa di più (Forlì 1973) e quelli di Altro e diverso (senza data, ma probabilmente oltre il 1983) rimandano alle poesie di Ritorni (Salerno-Roma 1993) - mentre Poesie della primavera (1999), Poesie ultime (2001-2002) e Fogli con varianti e nervature (presumibilmente 2003-2005) non rientrano cronologicamente nella vicenda editoriale della sua poesia – in essi non troviamo indizi delle prose poetiche di Cantone malo (Bari 1973), che rappresentano, della sua esperienza poetica, il versante etico-civile e su cui verosimilmente ha lavorato tutta la vita, se ha sentito il bisogno di far seguire, all'edizione del 1973, una corposa sezione di inediti (Cesena 2006), proponendola persino con lo stesso titolo.
Di conseguenza un'esegesi, sia pure sintetica, della sua opera poetica risulterebbe non soltanto lacunosa, ma addirittura fuorviante, se non si mettessero sufficientemente a fuoco le qualità stilistiche e le implicazioni ideali e psicolinguistiche della poesia di Cantone malo, se non se ne definisse la collocazione nell'itinerario della sua ricerca poetica, senza trascurare ovviamente, per completezza del quadro critico, di accennare anche alle altre pubblicazioni…
… Nell'elegante semplicità della sua scrittura è contenuta per contrasto l'idea del molteplice dispersivo dell'esperienza. Un molteplice sempre ricondotto alla fluide, pascaliane ragioni del cuore, inteso come dimora-rifugio degli affetti familiari, ma anche come centro propulsivo, dove ci si raccoglie per contare le nostre forze e spendersi integralmente in un confronto con gli altri, con gli istituti convenzionali della società e i temi che essa impone, e dove un innegabile sentimento di pietas trova il modo di articolarsi in uno svolgimento che ha i connotati dell'accettazione e della consonanza. È un quadro di intensità comunionistica illuminato da una scansione ritmico-fonica che evoca il passo di Saba, di Cardarelli, di Sbarbaro, e generato, nella coscienza del dissidio esistente tra natura e storia, dal tentativo di una possibile conciliazione dell'esistenza dell'uomo con la realtà delle cose.
In tal senso, l'intensa colorazione intimista della sua poesia sostituisce, anche se non lo esclude del tutto, l'orfismo semantico della poesia novecentista; e questa fedeltà ai canoni poetici della tradizione prenovecentesca lo preserva dal pericolo di una accentuata introversione, evitando che riduca la realtà a frammenti sensibili. Ma, proprio per questo, la sua poesia è capace di risaltare come una partitura lucida e ferma, come un atto continuo e consapevole di conoscenza che va al di là delle suggestioni della moda, e ricondurci, nei suoi momenti assoluti, ad un sentimento intatto della vita, nella convinzione che il compito del poeta è quello di metterci di fronte alle cose ed agli eventi della storia senza spostamenti di luci o di prospettive, ma anche senza la tentazione o il rischio dell'assuefazione o della ovvietà.
RENATO TURCI
POESIE da: “IMMAGINI DI PARIGI” (1964)
IN PARIGI, LONTANI DA CASA
Ridendo mi dici nel collo
che molte parole, qui, sono somiglianti,
ma pronunciate in modo diverso,
con labbra più aggraziate.
Non sei mai stata così libera.
Chiaro ciò che intende
il tuo sorriso riflesso nello specchio.
Sei talmente diversa da quella
che va tutti i giorni in bottega a Porta Trova!
Potresti essere, come ti vedo ora,
un’orientale o una spagnola
di nome Anaïs, ed io chiamarmi Henry,
o altri, che in altri modi,
si ameranno in questa camera d’albergo,
lontano da tutti.
Già, non siamo più noi, forse gli attori
che recitano al Petit Théâtre, cui si voleva andare
questa sera,
e che certamente alloggeranno nel nostro Hôtel.
Mi avverti che dalla sigaretta
sta per cadermi addosso la cenere che pende.
Sei quasi in ordine,
ma penso che se tra un istante
metto via il giornale,
usciremo un’altra volta.
Da: ALTRO E DIVERSO (1988)
VERO NIENTE OPPURE VERO TUTTO?
I
A chi m’incontra
e mi chiede: «Come va?»,
rispondo sempre festoso: «Bene!»,
come vogliono la cortesia e la pace.
Tanto, nessuno mi vede dentro.
II
Davanti a porte e finestre,
bocche voci suoni e spintoni.
Passo senza fare rumore
nell’andare di tutti che partono
o tornano.
Se tutto finisse qui,
sarei un’interruzione degli accadimenti,
che spariscono nel nulla
come potrebbe essere.
da: “POESIE DELLA PRIMAVERA” - (1999)
1.L’ALBERO
Ad ogni autunno
disperdo foglie
e rami secchi,
come per morte.
Ma ad ogni primavera,
torno a ripropormi
nuovo.
7. TUTTO CHE SI SOGNAVA
Tutto che si sognava,
sarà,
magari dopo.
I muri non avranno porte
né finestre:
nemmeno il vetro servirà.
Saremo
dove si vuole essere,
chiari e puliti gli incontri,
nelle trasparenze.
da: “POESIE ULTIME” - (2001-2002)
1. Sono un modesto pellegrino.
Chi troverà nel passo consueto,
a chi mi consegnerà?
Io mendico,
per vie sconosciute,
miserrima cosa.
E non ho altro.
2. La terra è depauperata
dai troppi raccolti,
muta inodore e senza respiro,
solo zolle indurite e rovi
spinosi aggrovigliati e aspri.
Vero che il mondo
potrebbe finire così!
3. Nulla sorprende
quanto il nuovo
che ci giunge dalla vita
e non è poca cosa.
Da: “FOGLI” – (2002-2003?)
Le blanc souci de notre toile
Il bianco pensiero della nostra tela
Mallarmé, Salut (Salvezza)
Sur le vide papier que la blancheur défend
Sul vergine foglio che il bianco protegge
Mallarmé, Brise marine (Brezza marina)
I
Colpevole di scriverti
e di leggerti
due volte in errore
tre se apro il libro
quattro se mi copro
con le tue pagine
che accarezzo bianche
sino alle immagini.
II
Corro
oltre me stesso
per attendermi
punibile nella corsa
e sei tu
che mi vieni incontro
con in mano
le ultime carte in fiamme
del libro della fine.
III
Se ho amato troppo
ricompongo il disordine
rimetto sulla riga giusta
i segni della scompostezza.
Da ora in poi
una minuta grafia
disegnerà l’amata
del parlante ammutolito.
TESTIMONIANZE
DAVIDE ARGNANI: … Pensando al suo lavoro così appassionato e rigoroso di poeta e pittore, di studioso e ricercatore, soprattutto dell’opera di Renato Serra e del poeta francese Jean Paulhan, e della sua attenzione rivolta ai giovani e alla poesia dialettale non solo romagnola, si può dire che Renato Turci rappresenti uno degli ultimi intellettuali più attenti del Novecento italiano. Soprattutto ciò che conta è la sua Poesia che considero e che va considerata al pari di quella dei grandi Poeti del Novecento (Ungaretti, Montale, Betocchi con la sua profonda stima e lunga amicizia…) e anche, qui in Romagna, dopo Pascoli, insieme a quella di tanti altri suoi conterranei dei quali Renato ben ne conosceva l’opera: Tito Balestra, Walter Galli, Pietro e Sauro Spada, Sante Pedrelli, Cino Pedrelli, Nino Pedretti, Mario Cicognani, Pietro Cimatti, Ferruccio Benzoni, Adriano Guerrini, Augusto Frassineti, Elio Pagliarani. La sua poesia scaturisce da un linguaggio acceso, intenso, pensoso, con il privilegio del canto, della parola ritmata, come se la musica non fosse mai d’intralcio al verso calibrato e a volte duro che il poeta inventa e usa per sottolineare con forza le esigenze della coscienza e la bellezza del sentire o quella esistenziale degli accidenti di un «malcantone». …
RAFFAELE FERRARIO: … Ho apprezzato la tua poesia e la tua pittura, ti ho stimato come uomo, con interesse ascoltavo i tuoi racconti dove l’opera si fondeva con la vita e le fantasie assumevano forme umane. Ho amato le ore trascorse in soffitta, circondati dai libri, la tua misura trainata dal mio fuoco ed intere giornate a caccia dell’opera, noi due viaggiatori di versi e uniti da una provenienza comune.
Bocconi francesi, molto più che passatempi in mezzo alla miriade di testi che compattavano il tuo infinito circoscritto: la mansarda di un ordine vivo; lo spirito serriano, tuo incontro giovanile, di quelli che restano ed il tempo consolida; le visite degli avi; alcune scomode memorie; la tragedia che ti ha commosso e squarciato il respiro; il mio spleen di provincia inscatolato dentro piani a più livelli quanto il tuo mal del cantone.
PIER GIOVANNI FABBRI: … Ho conosciuto Renato ai primi del 1960. Mi parlava delle stesse cose di cui in seguito avrebbe parlato a tutti gli altri suoi nuovi amici, quelle persone con le quali ha voluto sempre comunicare il proprio mondo, ricevere in cambio quello dell’interlocutore mettendoli entrambi su un palcoscenico nel quale osservare disincantato le proprie e le altrui vite, indagate con tutti i mezzi possibili. È quanto si legge nella poesia Le parole: “Le parole ci attraversano / in noi fanno viaggio / come nel vetro la luce / e ci rendono trasparenti”. Istintivo e veramente connaturato in lui – ha osservato Marino Biondi – era il mezzo della poesia, come sarebbe stato in seguito quello della pittura, che portava sempre con sé grazie all’esperienza fatta nelle scuole francesi.
Renato mi parlava e ha sempre continuato a parlarmi della sua vita, dal tempo delle origini in Francia, all’arrivo in Italia ed in particolare delle persone che a Cesena conobbe e dalle quali ricevette aiuto. Quel tema è diventato in seguito il più amato, quello al quale si abbandonava nei momenti di intimità. Ho ritrovato lo stesso atteggiamento nella volontà con la quale Augusto Campana legava aspetti della propria vita privata e della propria famiglia con le vicende di una collettività che aveva ora dimensioni municipali ora nazionali.
GABRIELE GHIANDONI: … Ho conosciuto Renato Turci negli anni Ottanta quando Marco Ferri, Ercole Bellucci e io costruivamo l’almanacco di letteratura Cartolaria.
Andai a trovarlo nella sua casa di via Fornaci, immaginando di incontrare un giovane poeta, letterato e direttore de Il lettore di provincia. Vidi invece davanti a me un elegante signore di sessant’anni, distinto e sobrio, dai capelli già bianchi e un sorriso complice e compiacente.
Per prima cosa mi fece salire nel suo studio (un sottotetto dell’abitazione) per mostrarmi i suoi quadri dipinti a olio. Poi iniziammo a parlare di poesia, arte, politica come se fosse stato l’incontro di due vecchi amici; e amici presto lo diventammo nelle diverse occasioni che abbiamo avuto d’incontrarci (quasi sempre a Cesena; una volta a Longiano; mai a Fano). Renato mi chiese alcune notizie sul matrimonio di Fides Galbucci con un mio concittadino; notizie che utilizzò per la scrittura del suo libro Saetta che colpisce e vola dove parla dell’amore tra Renato Serra e la Galbucci. Fu questa una maniera virtuale per stare insieme a Fano.
LUIGI RICEPUTI: … Dentro la parola-traccia e guida del nostro discorso e rievocazione, dietro e dentro di essa c’è la cosa: la cosa non in sé, ma in noi, la nostra volontà cieca di vivere, e insieme di “morire di non morire” (uso qui la formula di un poeta familiare a Renato, Paul Eluard, anche lui francese): quel nostro “male oscuro” che ci grava sulle spalle, ci pesa come una croce, nostra e insieme estranea, fonte di una dialettica infinita tra colpa e innocenza, loro incrocio, ossimoro permanente come “Il colpevole innocente”, la poesia più emblematica della raccolta, di Le coupable, che il biglietto mondadoriano che ci ha convocati in questa sala riporta con un altro titolo, “Abilità del baro”: “La cattiva coscienza/viene da colpe/nascoste in gesti che dicono bene.//Il baro/con una mano dietro la schiena/mischia l’irreale nel reale”…
STEFANO SIMONCELLI: … Quando un poeta muore si porta via un po’ di noi. È accaduto anche con Renato Turci, è quello che accade ogni volta che un poeta che amiamo ci lascia per sempre.
Renato era un uomo estremamente mite, molto fine, molto educato, molto colto e generoso. Era un poeta vero e un uomo dotato della capacità ormai rara di ascoltare chi gli stava davanti, ascoltarlo veramente, con il cervello e con il cuore. Aveva una mente aperta e senza steccati, senza ombre e prevenzioni di qualsiasi genere. Amava la poesia e chi la scriveva, portava il massimo rispetto e aveva nei confronti del testo il massimo rigore.
SAURO SPADA: Io non parlerò assolutamente di poesia perché non è il mio mestiere. Parlerò, invece, di quando conobbi Renato.Era l'ottobre del '44. Alberto Sughi ed io fummo assunti all'ufficio Annonario, che era davanti al Caffè Guidazzi, in Piazza della Libertà, in un grande edificio, che poi è stato demolito, dove c'erano il Commissariato, la Posta e poi la sede della Timo. Lì era anche l'Ufficio Annonario, un camerone grande dove poteva succedere di tutto, tranne forse le cose normali.
Un giorno ci incontrammo e Renato mi raccontò di essere andato in Biblioteca Malatestiana. Ne era rimasto così colpito che espresse subito un grande desiderio: «Ah! Se potessi vivere qui dentro, che bella sarebbe la mia vita!».Questa fu la sua dichiarazione d'amore per la Malatestiana. Un sogno poi realizzato per la vita. Poi ognuno intraprese la propria strada senza però mai perderci di vista.
GIAMPAOLO CHIARELLI: … Di Renato Turci ammiravo la disponibilità ad ascoltarmi e la diligente calligrafia in lettere di carta intestata «Il Lettore di provincia», nelle quali mi comunicava il parere della redazione in risposta alle lettere con le quali proponevo le mie collaborazioni, tre o quattro in tutto. Era uno che, in quel suo lavoro di pubbliche relazioni, ci sapeva fare.
SANTE PEDRELLI: … Insieme al poeta di Longiano, Tito Balestra, Renato è stato l’amico generoso che più mi ha fatto sentire, con l’esempio del proprio lavoro, come e quando l’Arte e la Poesia siano materia che va trattata con il massimo impegno.
mi piace concludere questo mio breve intervento in ricordo di Renato con i versi di una sua poesia dal titolo «Lievitando», tratta dalla sua raccolta I Ritorni, che anni fa avevo tradotto nel mio dialetto di Longiano e che a Renato piacque tanto:
LIEVITANDO
In un silenzio senza tempo
ogni cosa diventata tranquilla
siamo leggeri e fluttuanti
come le nuvole.
Ti dirò, mostrandotene una:
“Voglio essere quella che giunge
ora, e tu?”.
Risponderai: “La mia
ancora non la vedi.”.
Saranno queste, lievitando,
le parole dove non occorre parlare
e quasi non si hanno pensieri.
(Renato Turci)
L’ALVÈDA
Int un zétt, du ch’u n’ esést e’ temp
e tot inquèl u s’è pasè,
a sèm alzir e balaròin
cumè dal nóvli.
A t’girò, te insgnét óna:
“A voi l’èss quèla ch’la sta
pr’avnéi, e tè?”
T’arspundarét: “La mì
incòura t’a n’la véi”.
E’ sarà quèsti, int e’ alvés,
al paróli du ch’u n’gn’è bsogn ad scòrr
e di pansir u n’s’n’ha guasi piò.
(Sante Pedrell)i
PAOLO TURRONI: … È difficile parlare di una persona, di uno scrittore che sia stato amico e maestro, allo stesso tempo. Questo era per me Renato Turci. Lo conobbi nel 1991, quando frequentavo il Liceo classico di Cesena. Ero incuriosito dal fatto che i miei genitori conoscessero un “poeta”. Questo perché i poeti che studiavo erano persone del passato, a volte un passato lontano migliaia di anni, come Omero, o i Lirici greci. Un poeta vivo e in piena attività, nella mia città, e addirittura amico dei miei genitori! Così lo andai a trovare, e gli chiesi se gli sarebbe piaciuto venire a scuola, per incontrare i miei compagni di classe. Lui accettò, e nel frattempo, mentre lui parlava di arte e letteratura, mi guardavo attorno. Ero per la prima volta in un luogo che molti cesenati - e non solo - hanno conosciuto benissimo, e che anche per me sarebbe diventato un “luogo dell’anima”. Il suo studio, al 19 di via Fornaci, era in cima ad una scala difficilissima, di legno, corta e ardua.
MARINO BIONDI: … Ero accanto alla salma di Alessandro Parronchi, il poeta fiorentino e critico d’arte, scomparso il giorno dell’Epifania, quando sono stato raggiunto da una telefonata di Daniele Gualdi, assessore alla cultura del Comune di Cesena, che mi annunciava commosso la morte di Renato Turci. La poesia subiva così un altro lutto e come Firenze era stata privata del suo ultimo grande lirico, così Cesena si trovava priva di un uomo che per la finezza della sensibilità e l’alta complessa qualità dell’intelletto la illuminava ormai da molti anni. Luce limpidissima quella di Renato, artefice in verso e in prosa fra i più rigorosi e felici della stagione recente. Acuminata e inflessibile la sua poetica come la sua etica di vita. Gli occhi dietro le lenti saettavano sguardi non tutti decifrabili, e mi sono rimasti quegli occhi nella riproduzione di un suo quadro che sta sulla soglia di un mio libro.
Renato mi intimidiva, lo sentivo per certi aspetti superiore alle altre voci del coro. Da dove veniva questa sensazione di essere davanti a un uomo che dell’arte era riuscito a fare una disciplina di vita, un costume dolce e altero, con un nucleo di personalità che, senza superbia, rimaneva distante dall’interlocutore? Credo che venisse per un verso dalla magia duplice delle sue lingue di elezione. Da quella ricchezza incomparabile di un francese succhiato col latte e perfezionato con gli autori di un Novecento supremo (Proust, Paulhan), e di un italiano imparato dalle scritture di Serra, prima letto che parlato e poi parlato e scritto con una rara perizia espressiva.
Aprile 29, 2009 in "Silenzi in forma di poesia", Poesia, Rassegna di poesia contemporanea, Reading, annunci, attualità | Tags: Direzione artistica e organizzativa di Bianca Madeccia, Silenzi in forma di poesia 2009

10 MAGGIO
POETI Matteo Fantuzzi, Annamaria Ferramosca, Leone D’Ambrosio, Marilena Renda, Tonino Vaan, Marina Pizzi, Caterina Vicino, Adriana Vitali Veronesi, Maria Armellino. ARTE IN TRANSITO happening di poesia, pittura e musica di Dale Zaccaria, Francesca De Angelis, Mario Romano (chitarra. CON LA COLLABORAZIONE DI Massimiliano Lanzidei di Anonima Scrittori DOVE Via della Mandolina, presso il bastione medievale detto “Torre Nuova”, ore 17.30, Sermoneta (LT), info: 347/1345391.

17 MAGGIO
POETI Giovanna Marmo, Michele Caccamo, Sara Davidovics, Mimmo Grasso e Davide Carnevale, Nina Maroccolo, Mauro Tiberi canta Dino Campana (voce e tamburo), Rita Pacilio in Jazz, Faraòn Meteosès, Luigi Pingitore. ARTE IN TRANSITO Angelo Tozzi (artista visivo). INTERFACCIA PERFORMATIVO T’ai Chi Ch’üan a cura di Luca Sperandio Murato (A.c.s.d. Asia). CON LA COLLABORAZIONE DI Roberto Ceccarini di Oboe Sommerso. DOVE Via della Mandolina, presso il bastione medievale detto “Torre Nuova”, ore 17.30, Sermoneta (LT), info: 347/1345391.

24 MAGGIO
POETI Maria Grazia Calandrone e Stefano Savi Scarponi, Lidia Riviello, Francesco Forlani, Andrea Breda Minello, Angelo Zabaglio e Marco Russo, Elmerindo Fiore, Sergio Zuccaro, Vincenzo Mastropirro e Antonino Maddonni, Roberto Ceccarini. ARTE IN TRANSITO Nicoletta Piazza (artista visiva). INTERFACCIA MUSICALE Vincenzo Mastropirro (flauto, voce, poesia), Antonino Maddonni (chitarra), Stefano Savi Scarponi (compositore) Marco Russo (tastiere). INTERFACCIA PERFORMATIVO T’ai Chi Ch’üan a cura di Luca Sperandio Murato (A.c.s.d. Asia). DOVE Via della Mandolina, presso il bastione medievale detto “Torre Nuova”, ore 17.30, Sermoneta (LT), info: 347/1345391.

A cura di BIANCA MADECCIA
e dell’Associazione culturale “ONDA DONNA”, info: 347/1345391.
“SILENZI IFDP” SU YOUTUBE

inEdition editrice, Bologna 2008, pp. 48, € 7
recensione di Sandra Di Vito
In una veste foscolianamente ridotta al minimo numerico di 18 componimenti è uscito Attese, preludio poetico di Francesco Piluso, giovane autore di Cosenza. Opera in limine tra passato, presente e futuro, tra memoria e sogno, lettura e scrittura, tra il buio dell'abisso e le promesse della luce, sembra già preannunciare, quasi un rito iniziatico, la stagione poetica che verrà. In questa esile ouverture traspare la sensibilità poetica e nello stesso tempo critica dell'autore, che pur consapevolmente sedotto dalla divina parola poetica, non cede fino in fondo al suo fascino, frenando l'impulso – che invece ottunde molta poesia contemporanea – all'autocompiacimento gratuito che porta spesso a pubblicare senza rigore e misura fiumi di parole traboccanti dall'anima in piena: «Intanto volutamente cedo/[so che non dovrei]/ al fascino della parola/ – è forse di Satana quella dell'uomo.»
Dovrebbe il poeta sciogliere le ambiguità del logos, ricondurlo al gioco linguistico primitivo «per ascoltare nei silenzi l'anima».
Come un ierofante in cerca del deus absconditus («Cerco Dio/ in una voce che non ha/ parole») il poeta ha raccolto qui i “vocalizzi” che la “mano sinistra” non è riuscita a cancellare.
Scavare abissi, selezionare, «scartare quelle parole che – come scrive Simone Weil – velano il modello», attendere la luce, piuttosto che cercarla narcisisticamente, diventa, quindi, un imperativo etico e poetico ineludibile, le vere armi di chi non la gloria poetica cerca, ma la luce.
La prima sezione del libro intitolata Aprile annuncia, anche foneticamente (con la prevalenza della sibilante), il tema dell'attesa, che dà il titolo al libro: «Cosa ci resta da pensare adesso/ che il sogno si è spento». Gettando un ponte tra scrittura e lettura la scelta del mese di aprile sembra contenere un'allusione al verso di Eliot: april is the cruellest month, l'incipit de La terra desolata; allusione per antitesi, perché qui aprile non è il mese della sepoltura dei morti, ma dell'attesa: «Continua a sperare e presto sarà luce». Nella seconda sezione del libro (intitolata Un titolo, una poesia) la poesia sembra officiata come un vero e proprio rito iniziatico, prima che il celebrante spicchi il volo nell'attesa dell'infinito: «nell'attesa che un colpo d'ali, un/ fremito di vento o un battito del cuore/ m'inizi finalmente al volo». Nella terza sezione Memoria (tre poesie dedicate al nonno), prevale il tema della separazione e dell'addio.
Aspettazione e adempimento si toccano nel sentimento della realtà che trionfa sui colori della scrittura (bianco e nero), sul tempo della memoria (la sera), e sull'attesa del sogno delle precedenti sezioni, nella suite finale del libro Presenza, dedicata a una presenza salvifica, non a caso femminile, principio di realtà per eccellenza: «Osmosi di vitalità,/ ami il giorno per la sua luce/ e la notte per la sua pace».
L'ultima sezione del libro lo suggella in un crescendo di vitalità, parola-chiave che dà il titolo alla prima lirica della sezione, in un'esplosione di colori, nel silenzio dell'anima, quando una parola di lei è una carezza dell'anima e il sorriso salva.
Hai nella gioia e nel colore del mondo
carpito il segreto dei giorni.
da ATTESE di Francesco Piluso
Pensiero in aprile
Cosa ci resta da pensare adesso
che l’ultimo sogno si è spento,
in polveri di libri e frammenti
di stelle ed altro, altro ancora.
Forse – se dubitare è lecito –
sopravvive soltanto un alito
di vento, così leggero da baciare
l’erba, così da accarezzare
la superficie dell’acqua,
mentre un sibilo mette
i brividi ai passi.
Continua a sperare e presto sarà luce.
Senso e misura
Nell’impudenza di Babele,
nell’oltraggio del volo d’Icaro,
nel viaggio senza fine di Odisseo,
nella iniqua discesa di Orfeo,
nel gesto incauto di Eva,
nell’estremo sacrificio di Abele
il senso e la misura dell’uomo.
Attesa
Non ti riconosci
nei miei occhi esitanti
ma cerchi ancora,
lontano dall’arrenderti,
di indugiare
nell’attesa ch’io ti riconosca...
Si é spenta nei tuoi occhi neri
la luce.
Luce
Come uomo incapace
di credere, mi assolvo
− ora che rivedo la luce −
per aver mancato alla promessa...
il voto fatto sull’orlo dell’abisso.
Prismi
Oltre l’orizzonte
dopo un lungo giorno d’estate
gocce di rugiada esplodono
appena oltre la pioggia
e il sole ne illumina ogni singolo prisma
nella tonalità dell’azzurro pastello del cielo.
Cuore
Ad ogni battito
ferma e riprende.
Vita che riluce
e fugge, tempo
che arde di sé
e svanisce.
Se parla Dio
Cerco il linguaggio di Dio
nella purezza di una voce
che non ha parole,
nel candore di un
vagito puerile,
nella disperata umanità
di un urlo livido di dolore,
nel frastuono dei silenzi d’anima.
Intanto volutamente cedo
[so che non dovrei]
al fascino della parola
− è forse di Satana quella dell’uomo −
ambigua e seducente
oscuro potere ed
infinita risorsa,
[so che dovrei]
smembrarla per guarirla,
sedurla affinché più
non seduca, ricondurre
a significante significato,
come i nomoteti dare i nomi
alle cose ed alle cose i nomi.
Cerco Dio
in una voce che non ha
parole.
1,2,3 e poi?
E poi ... seguiterò nel gioco fatuo
di aggiungere ad ogni numero
un numero nuovo, nell’inutile attesa
dell’infinito, o smetterò
di affidarmi alla logica matematica
per ascoltare nei silenzi l’anima,
nell’attesa che un colpo d’ali, un
fremito di vento o un battito del cuore
m’inizi finalmente al volo.

articolo pubblicato su “Solofra Oggi» del 4-4-09
su Antonio v., fra i tanti luoghi nel web, www.myspace.com/antodalessio
narrabilando.blogspot.com/2009/03/ad-antonio-dalessio.html
farapoesia.blogspot.com/2009/02/su-la-sede-dellestro-di-antonio.html
Leggere fa bene all’anima, agli occhi, alla lingua. Le poesie recitate ad alta voce danno il senso vero di quella parola “verbo” che abbiamo sentito sovente nella liturgia cristiana e in altre religioni. La raccolta di Gabriella Bianchi è la ricerca profonda del valore del “verbo” che diviene Poesia. La poetessa ha letto tanto, direi che il libro è stato il suo primo amante a dodici anni: “Leggevo Emily / e volavo al nord / fino alla casa / del reverendo Bronte” (pag. 73) e da allora non ha smesso di essere prigioniera di questo amore senza uguali: “Vivo tra boschi e libri / sapendo che i libri / sono figli dei boschi” (pag. 52).
Da questo amore è nata una poetessa che raccoglie lungo il suo cammino la trigonometria della composizione poetica: angoli di infanzia opposti ad angoli di violenza quotidiana vissuta in città; rette incamminate verso i meno abbienti e le risorse del pianeta opposte allo spreco della civiltà contemporanea: “Quando la generazione della play station / sarà matura” (pag.19); tangenti che intersecano universi di poesia appartenuti ad autori di grande rilievo e fatti propri generando la sostanza che lascia alla poetessa il diritto di affermare (“io resto nella trappola dei sogni / come una lepre, e scrivo sulla sabbia”, pag. 24).
Molteplici sono gli spunti di lettura e principalmente di riflessione. Tanti gli appigli a poeti che hanno segnato il Novecento non solo europeo: dall’amore per i gatti di Baudelaire, all’amore per l’umanità di Wislawa Szymborska nel suo discorso in occasione del Nobel per la poesia; dall’esule Sandro Penna, alla solitudine dell’imperatore Adriano. Proprio la solitudine, l’amore per la madre, hanno generato l’aratro che segna i solchi poetici di Bianchi: “Sento che posa una mano sulla spalla / materna e amica” (pag. 33), “dove la parola incide segni / come un rasoio / e la solitudine / ha forma di croce” (pag. 18).
Le certezze poetiche che trasmette questa raccolta sono nelle metafore, nel girotondo di chiuse poetiche che sanno di ninna nanna. Ma non è un piegarsi su sé stessi, anzi dai versi emerge una donna in tutta la sua bellezza interiore, priva di orpelli, sagace al punto giusto, ironica per difesa: “Il paradiso degli esuli è questo: / un cuore semplice (omissis) che racconta fiabe ai bambini / sotto una quercia amica” (pag. 16). Dove per bambini leggasi poeti, oggi più umiliati che mai dalle morti inutili, dalle guerre che durano anni ed anni, dai profughi senza vita lasciati nelle lande dei continenti; poeti che resistono come “gitani” di poveri condomini, senza la preoccupazione di essere sulle prime pagine dei quotidiani, nello specchio di Narciso che uccide i sogni dei bambini: la televisione.
Poetesse per scelta umana, dignitosamente umana: “Noi abbiamo tane minuscole / e disadorne / sia in vita che in morte” (pag. 80).
Aprile, 2009
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| Art. 1 Le Edizioni Fara bandiscono la VIII edizione del concorso Pubblica con noi. Due le sezioni a tema libero: sez. A. racconto o raccolta di brevi racconti inediti; sez B. silloge poetica inedita. Art. 2 Le opere dovranno essere inviate entro il 30 aprile 2009 direttamente al nostro indirizzo elettronico info@faraeditore.it in un'unico file. Per info: 0541-22596. Art. 3 L'opera inviata (non più di una per autore) deve essere inedita (o comunque l'autore deve ancora detenerne i diritti; a tal fine l'autore deve dichiarare l'opera frutto della sua inventiva e di sua libera disponibilità) ed essere: per la sez A. tassativamente compresa fra un minimo di 10 cartelle (o 18.000 caratteri spazi inclusi) e un massimo di 25 cartelle (o 45.000 caratteri spazi inclusi); per la sez. B. comprendere un massimo di 30 poesie e non meno di 20 e non superare comunque il numero complessivo di 1200 versi (righe bianche incluse). Art. 4 È richiesta una tassa di lettura di € 25,00 da pagarsi al ricevimento dei libri: Colombe raggomitolate - Roulette balcanica - Messa a fuoco manuale, a cui alleghiamo bollettino di c/c postale (la tassa dà infatti diritto a ricevere i detti libri, solo in Italia e fino a esaurimento scorte). Art. 5 Il partecipante dovrà allegare o inserire nel messaggio di posta elettronica un breve curriculum vitae con dati anagrafici, indirizzo tradizionale, e-mail e recapito telefonico. Art. 6 Premi. I primi 3 classificati della sez A. e i primi 3 classificati della sez. B. verranno pubblicati congiuntamente in un libro a cura e a spese dell'editore, che si riserva gli interventi editoriali che riterrà opportuni. Gli autori pubblicati riceveranno 3 copie omaggio godendo dello sconto del 40% sulle altre copie della loro opera che volessero eventualmente acquistare (+ spese di spedizione). Art. 7 Ogni autore selezionato per la pubblicazione riceverà un accordo di edizione che gli lascia la libera disponibilità della sua opera previa citazione dell'edizione Fara. Non verrà dunque corrisposto alcun diritto d'autore. Art. 8 Il giudizio verrà operato insindacabilmente dall'editore ed eventualmente da giurati di sua fiducia. I risultati verranno comunicati ai partecipanti via posta elettronica (v. Art. 10). Art. 9 Qualora si ritenesse non soddisfacente la quantità e/o la qualità delle opere pervenute, la pubblicazione premio potrà non aver luogo. Art. 10 I risultati verranno comunicati ai partecipanti e agli organi di stampa presumibilmente entro il mese di giugno 2009 e saranno pubblicizzati nel nostro sito www.faraeditore.it e nel nostro bollettino culturale Faranews. Non è prevista una cerimonia di premiazione. Art. 11 La partecipazione al Concorso Pubblica con noi implica l'accettazione di tutte le norme indicate nel presente bando. Art. 12 Ai sensi della legge 96/675 i partecipanti al concorso consentono a Fara Editore il trattamento dei dati personali per comunicazioni e delle loro opere secondo quanto previsto dal presente bando. Resta inteso che potranno in ogni momento richiedere di essere cancellati dalla nostra banca dati. |
Cari Amici,
mi è stato chiesto dalla Provincia di Macerata di intervenire ad EXPODONNA
il 3 maggio alle ore 17.00 presso il Centro fiere di Villa Potenza, attraverso
la testimonianza relativa alla mia vita "artistica". Ho aderito anche perchè
nello spazio di 30 minuti a mia disposizione potrò finalmente soddisfare
qualche curiosità circa la mia poetica e soprattutto spiegare (cosa che a
mio avviso non si può del tutto) cosa è per me la poesia e perchè ci sono
approdata.
Quindi non mi resta che invitarvi sperando di ritrovarvi quel pomeriggio.
A presto, Colomba
P.S. Trovate i dettagli nel depliant qui sopra
Stefania Crozzoletti
Laboratorio di Lettura e Scrittura Poetica di ARTEMIS
in collaborazione con
LIBRERIA MONDADORI
Promuove una serata di
Lettura dei testi dei frequentanti
e di altri amici poeti
leggeranno
Stefano Guglielmin, Stefania Bortoli, Gianluigi Cannella, Ivana Cenci, Erika Crosara , Annamaria Ghirardello, Giordano Montanaro, Emiliano Giubbilini, Roberto Cogo, Alessandra Conte, Giovanni Turra Zan.
Venerdì 24 Aprile, ore 20,30
LIBRERIA MONDADORI
(Piazza Erbe 9/A - Vicenza)
siamo lieti di informarvi di queste due serate speciali:
venerdì 15 maggio a Mantova si esibiscono Andrea Garbin, Alexandra Petrova, Fabio Barcellandi, Alessandro Assiri e Jack Hirschman. Musiche di Marco Remondini.
e sabato 16 maggio a Montichiari (BS) Alessandro Assiri, Andrea Garbin, con la presentazione di LATTICE e Alexandra Petrova con SOLO ALBERI.
Musiche di Tamer Abdalla e Mariachiara Salvi.
Saranno comunque presenti Fabio Barcellandi e Jack Hirschman.
Su internet:
http://laconfraternitadelluva.wordpress.com
http://www.myspace.com/andreagarbin
http://www.myspace.com/fabiobarcellandi
http://www.myspace.com/galeter
http://www.myspace.com/caffemodi
http://www.galeter.it
http://lettereanessuno.splinder.com
http://www.casadellapoesia.org
http://it.wikipedia.org/wiki/Alexandra_Petrova
http://it.wikipedia.org/wiki/Jack_Hirschman
schede dei libri qui e qui
recensione di Arianna Torelli pubblicata in «Zerosette – settimanale di Parma»
La raccolta poetica di Stefania Crozzoletti reca il titolo Prima vita e, a leggerla attentamente, pagina dopo pagina, è veramente difficile da inseguire. Una vita maturata in un campo di grano disteso al sole e alla nebbia, dove il raccolto punge le mani del raccoglitore, anche il più esperto. Uso questa metafora per rendere, in sintesi, al lettore (a me stesso) più semplice accostarsi alla profonda mimesi esistenziale che soggiace nell’interno del corpus della raccolta: filosofia ricca di sana ironia, per non arrecare troppi danni all’anima, di fronte alla durezza della realtà.
Due sezioni poetiche: la prima con il tema/titolo “(Non sono un) Poeta”, la seconda con il titolo “Dall’alto e dal basso”. Nella prima sezione sono racchiuse le emozioni primitive della “bambina lieve” (pag. 39) che ha dovuto chiudere in un “macigno” (figura retorica della difesa, ripetuta in molte composizioni) le sue debolezze, il suo essere veramente donna; in favore dello schermo protettivo utilizzato in difesa di una società disattenta al valore degli occhi “dei bambini tristi” (pag. 59). Come sono belli e semplici questi versi che annunciano certezze ma il mondo degli umani non raccoglie! Il poeta, non poeta, è una vecchia pazza ammalata di amore verso sé e verso la Vita.
L’ironia regge i versi: li racconta, li enfatizza, li armonizza, li lega, in una musicalità di vivaldiana stagione eroica. C’è una sana coscienza di “disincanto” di fronte alla incommensurabile forza della conoscenza dell’esistenza nella sua ontologia. Non esiste pensiero poetico, non esiste poema che abbracci interamente il mondo delle “sognerie” (pag. 60). Lo dice, la Nostra, in questi versi: “mescoliamo frasi anima ironia / dolore rabbia comprensione / e dal vulcano facciamo uscire / una piccola perla” (pag. 33). Veramente è una piccola perla questa raccolta, per molti versi difficile da incastonare nel mosaico della poesia contemporanea, con le sue anafore e la grandezza di un verso giambico, irriverente verso la facile vita, la facile divinità, l’impossibile prosieguo senza “rintocchi laboriosi del travaglio”. Scrivere e riscrivere limando. Leggere e rileggere questi componimenti per avvicinarsi alla poetessa “isola” delle isole del mondo.
“A tutti mentirò dicendo / che il tempo mi vuole bene” (pag. 62).
Sono certo che è difficile raggiungere nella vita quest’armonia poetica che consente, a chi scrive, di avvicinarsi alla fine dell’esistenza: “gioco a briscola col nulla” (pag. 64). Onestà dei sentimenti: “e in silenzio disintegrarmi / insieme al macigno che ho dentro” (pag. 68).
Aprile, 2009

1 - Il buon ladrone
Il labbro trema, Ti parlo senza voce.
Hai incrociato la miseria
la mia anima è un terra tribolata.
Tu solo mi abbracci, pietoso di sangue e chiodi
non ho più nome
raccattami come cosa ormai scordata,
prima che muoia dimmi la parola,
strozzata in gola, che lava.
2 - Il mal ladrone
Malvissuto, appeso alla sinistra
su questa forca infame
disprezzo la Tua viltà di agnello che non geme
porta blindata, non chiederò indulgenza
non metterò il collo sotto il giogo.
Il Tuo cielo, che non voglio,
cosa nasconde oltre, più dentro?
3 - Cristo
Nessuno di me più solo,
in quest’ora di sconforto
nel dolore senza misura del rifiuto.
Ridotto a orrore, vivo l’abbandono,
durezza del legno e della pietra.
Nella sera che incalza
del giorno rimane la reliquia,
non piangete su di me,
la morte non riempie l’orizzonte.
Libreria Chiari in Firenze
La Libreria Chiari è lieta di invitare la S.V.
Giovedì 9 Aprile alle ore 18.00 in Piazza Salvemini 18
alla presentazione del libro di Simone Molinaroli
Cani al guinzaglio nel ventre della Balena
Fara Editore
Presenta
Massimo Baldi
Sarà presente l’autore
per informazioni: salvemini@libreriachiari.it
tel. 055 2466302 - 243007
Festa di primavera sul monte Quarin, a Cormòns
tutto il monte in festa
si mangia, si balla, si beve
e si leggono le poesie
alle 17
alla stazione Ronc dei capucins, quasi a metà monte
su un bel prato in mezzo al bosco. Sentiero per tre minuti anche meno.
La festa rientra in un programma più ricco che dura tutto il mese: all'interno c'è un festival internazione jazz, ci sarà il poeta americano Jack Hirschman, mostre a tanto altro ancora
per promuovere il tutto verrà stamapata una brossura in 20 mila copie, in formato 10cmx20cm, con tutti gli appuntamenti, anche il nostro
più manifesti della rassegna
c'è già chi mi ha dato conferma (Guglielmin, Franzin, Crosara, Tomada…)
Farà parte del reading Stefano Schiraldi: nato a Trieste nel 1973, scrive canzoni, testo e musica, in italiano, da quando ha 8 anni. A 10 vince il primo premio (50 pacchetti di figurine) al festival del cantautore organizzato nella sua scuola elementare. Era l’unico in gara perché tutti gli altri partecipanti hanno portato cover e quindi ammessi solo come ospiti. Cantautore e cantastorie, con nelle vene anche l’elettricità del punk, Schiraldi fa parte, fin dalla sua prima edizione nel 2001, dello Pupkin Kabarett al teatro Miela di Trieste e da dicembre 2007 è ospite fisso.
Le sue canzoni si possono ascoltare qui:
www.myspace.com/sschiraldi
articolo di Matteo Fantuzzi pubblicato su «La Voce di Romagna» del 6-4-09
scheda del libro qui
Prima edizione pillole BUR Rizzoli, Milano, 2007
recensione di Caterina Camporesi
Non lascia adito al dubbio il titolo del libro che Daniele Piccini adeguatamente introduce e documenta nelle tredici sezioni dagli eloquenti testi poetici di lingue diverse, tempi e luoghi lontani. Tutto contribuisce a testimoniare la carica coesiva ed eversiva che la poesia possiede. Ciò avviene anche grazie allo strumento della lingua che, unendo il poeta alla società civile, costruisce vasi intercomunicanti che, alimentandosi reciprocamente, creano possibilità di trasformazione con ricaduta sia nella sfera soggettiva che collettiva. “La voce del poeta,” come afferma Octavio Paz, “è sempre sociale e comune anche nel caso del maggior ermetismo”. Già nei Salmi incontriamo il popolo di Israele ritrovare l’ unità e la forza del riscatto attraverso il canto poetico: “Là ci chiedevano parole di canto / coloro che ci avevano deportato, / canzoni di gioia, i nostri oppressori: / «Cantateci i canti di Sion!»”(p. 15). Ancora in epoca risorgimentale l’inno di Goffredo Mameli unisce il popolo nella lotta per la costruzione di un regno unitario: “Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi, / Perché non siam popolo, / Perché siam divisi. / Raccoltaci un’unica / Bandiera, una speme; / Di fonderci insieme / Già l’ora suonò” (p. 58).
Anche il sogno democratico dell’America del Nord trova nei versi di Walt Whitman incitamento ed ottimismo e il linguaggio è strumento e contesto per dire le cose: “Io sono colui che percorre gli Stati con lingua fornita di / punte, interrogando chiunque incontro, / Chi sei tu che volevi ti si dicesse soltanto quello che già / sai? / Chi sei tu che volevi solo un libro che si aggiungesse ai tuoi / nonsensi?” ( p.168 ).
La poesia attinge nutrimento dalle fonti più nascoste e profonde della storicità così che può tornare allo stato originario e allo stesso tempo dire più di quel dice, poiché non solo accoglie il perso del passato, ma prefigura anche il futuro. Splendidi i versi di Clemente Rebora: “Tu uomo, di guerra / A chi ignora non dire; / Non dire la cosa, ove l’uomo / E la vita s’intendono ancora” (pag. 81).
L’immaginazione poetica, resistendo alla parola svilita del quotidiano, a quella banale della comunicazione di massa e a quella ambigua della politica, “tiene la storia in uno stato di veglia e di attesa”. Paola Masino lo dice al meglio: “Ci fu un tempo per tutta la paura, / per la speranza, / in quel notturno vento di temporale” (p. 98).
Più che sufficienti, quindi, le ragioni, per non lasciarsi irretire dal pessimismo del poeta Wystan Hugh Auden, allorquando deluso dalla politica dei suoi tempi, perentoriamente sostiene che “la poesia non fa succedere niente”.
Paradossalmente sembra che gli scienziati siano fautori più ottimisti circa le capacità di trasfigurazione che l’arte possiede, in particolare coloro in grado di coniugare creativamente due vertici: quello scientifico e quello filosofico.
Valgano per tutti i nomi di René Thom e Thomas Khun, quasi contemporanei, che considerano progresso non solo quello scientifico ma anche quello che riguarda la sfera del pensiero e del progresso umano.
Nulla di strano allora che nuove visioni del mondo scaturiscano dalla forza prorompente di una metafora o dalle infinite possibili combinazioni tra immaginazione, sogno, razionalità o quanto altro pertinente all’uomo.
Accanto a chi dice che la poesia non cambierà il mondo c’è anche chi afferma che “l’impegno poetico è l’impegno più politico che sia possibile ad un artista”, mettendo sulle spalle del poeta la responsabilità della dedizione totale al proprio compito.
Quando si parla di mutamento si fa necessariamente riferimento a due stati fra loro in conflitto, vale a dire, la stasi e il movimento il cui passaggio dall’uno all’altro subisce un limite, oltrepassa un ostacolo, tollera un processo di rottura, affinché l’avventura della conoscenza possa esplorare nuove terre.
La poesia sembra abitare i margini e solo da questo vertice può scorgere e cogliere il di qua e il di là.
Allorquando la nuova fase della storia si manifesta, spesso, insorgono disordine e confusione che preludono ad una sorta di rivoluzione il cui esito può approdare in trasformazioni di breve o lunga durata, profonde o superficiali.
Siamo grati a Daniele Piccini per averci fatto ripercorrere con questo prezioso libro tappe significative della storia dell’umanità e di avere chiuso la raccolta con i versi del poeta contemporaneo argentino, già in lotta con la dittatura militare del suo paese, Juan Gelman, il quale testimonia più di altri il travaglio della modernità con una parola potente di dolore, di umanità e di solidarietà senza confini tra vivi e morti: “adesso passano i compagni con la lingua serrata / passano fra i piedi e i sentieri dei piedi // passano cuciti alla luce / raspano il silenzio con un osso / l’osso sta scrivendo la parola «lottare» / l’osso è diventato un osso che scrive”.
Leggere Fashion è come ascoltare e vedere una cinepresa mentre avviene l'incontro con l'oggetto della passerella: luci, tagli di capi, movenze di tessuto e trasparenze, scintillii di polsi e caviglie, dissolvenze rapidissime che mozzano il fiato, che non si depositano nella memoria, perchè ogni momento è unico e separato da quello precedente e successivo – così che quello che riprende è folgorato da ogni singolo istante, dall'attimo catturato dall'obiettivo e che lo fagogita in quanto è ciò che è ripreso a catturare. Tutto è contemporaneamente eterno ed estremamente transitorio, l'oggetto che sfila riunisce in sé l'ordinario e lo straordinario, l'unicità della passerella rimanda alla riproducibilità (specchietto per le allodole, griffe).
Fashion è il ritratto parodico di una liturgia che si compie e consuma nella sfilata, ma sa anche trattenere e offrircene la quintessenza, come quando si spreme un frutto e poi se ne gusta il succo. Ecco, se da Musil in poi la qualità dell'uomo è quella di essere senza qualità, allora anche gli oggetti senza importanza acquistano valore a partire dall'apparenza (preferibilmente quella che suscita l'idea di relazione, cosa possibile se si dà il giusto peso e la giusta luce tanto alla superfice quanto alla forma).

Su suggerimento di Giovanna Fozzer sono lieto di offire ai navigatori queste notevoli poesie di Andrea Amoroso: “studioso di poesia e poeta speciale lui stesso, la sua parola e credo la sua mente vola leggera e assolutamente 'individua' (o: individuale, personale) come in fondo anche la sua chioma di riccioli. Il volto è per lo più aggrondato, o pieno di ombre dubitose, sospettose talora degli inganni del mondo, ma gli rimane tutta la freschezza dell'età e ancor più dell'intelligenza, luce che ci salva e ci difende…”
Il solo bene
Amavo le persone
e non le cose
Non so che cosa
mi ci portava
E amando persone
e non cose
a tutte quelle cose
che diremo
non pensavo.
Non pensavo a quel passaggio
lungo e stretto
che va fatto
tutto d’un verso
e finché il fiato regge
tenersi appresso.
M’accorgo adesso
non serve camminare
anche se i filosofi spesso dicono
che solo quello è permesso.
Correre, correre forte è meglio
e non vedere intorno che qualcosa
d’indistinto e mobile
e ritagliare il particolare
il minimo dettaglio
intorno al quale tutto scorre
Produrre un taglio e incollare il risultato
senza averlo filtrato
con occhi consumati
Perché ciò che avanza è il solo bene
la sola coscia
l’unico uovo
il primo uomo
il piccolo viso
e la grande torre che domina il mondo
E tornando produrre
solo intensità
come dice D. in quel grande d.
dell’anti-familiarità
Lancinaria
Tregenda planetaria
e affettazione ugonotta
la pratica auratica della boccaperta
che crea intensità
la maschera acquatica della sospensione di rotta
che fa il verso all’immensità
Nello stomaco sferraglia un accordo dominante
fatto apposta per imitare il rumore
dell’idea che ricade dopo aver conosciuto
la lontananza del finimondo
la grottesca scenografia di un tuffo nel profondo
Ma si tratta di volgare ideologia
di un inconscio connettivo
ineliminabile
ossia preciso e scorrevole
fatalmente amorevole
con tutte le strade comode
Un manuale di corsi e ricorsi
che prende ciò che gli serve
e il resto lo regala ai porci
Fa una fitta fitta tutta di materia intatta
Non scalfisce ma lambisce con le punte
la zona sensibile
Aguzza aguzza ritaglia e sferruzza
vicina vicina all’organo ma non s’addentra
Piuttosto rientra nell’ordine quadrato
di una lucerna lanciata in aria
la squadernaria della santa malaria
terrorazione con sopratassa che fa matassa
di sé e arruggisce
calpesta il morto
ma – certosina –
non lo finisce
Andrea Amoroso (1981) si laurea in Lettere Moderne nel 2005 presso l’Università della Calabria con una tesi sull’Idea di testualità in Barthes, Blanchot e Derrida sotto la guida della Prof.ssa Margherita Ganeri. A dicembre del 2005 pubblica la sua prima raccolta di poesie, E pur nella rosa persiste per l’editore Manni di Lecce. Suoi testi poetici sono apparsi sulla rivista «l’immaginazione», sul blog di scrittura e poesia di Biagio Cepollaro Poesia da fare ) e sulla rivista di poesia «Gradiva» (n. 35-36). Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Unical con una tesi sulla poesia di Amelia Rosselli, Lorenzo Calogero e Bartolo Cattafi.
di Giovanna Fozzer
Questo recente Si pe’ piacere appena appena parle di Mario Mastrangelo (Prova d’Autore, Catania 2007, pp. 77) mi commuove e riempie d’ammirazione: c’è continuità e novità, per molti versi, rispetto al bellissimo precedente Addò ‘e lume e i silenzie. Scrive nella prefazione Francesco Piga che in questa raccolta le ultime illusioni del poeta si vanno spegnendo, resta qualche riflessione amara sul senso della vita e delle sofferenze, permane la sua tendenza a guardare in alto per una voglia d’immenso, ma ciò mentre si sprofonda sempre di più. Ma se c’era invero tanto cielo, nella raccolta precedente, c’è più volte anche qui «questa carta velina celeste/ che per l’infinito si spaccia».
Uno dei doni peculiari di questo poeta, che scrive esclusivamente in salernitano, è per noi la personalissima ricchezza delle immagini, nelle quali riluce la sua calda affettività, così vicina al dolore, e però capace di fare, anche del dato più quotidiano, strumento espressivo di completa efficacia: la tovaglia grigia; la coperta del respiro sfilacciata dal vento; i carri del dolore, il fiato dei cavalli, la luna, «ostia immensa, sacra di luce chiara». Dice il poeta, e la viva metafora del bucato è presente anche nella raccolta precedente, che le nostre vite sono panni stesi, taluni felici di affidarsi al vento odoroso, altri che invece si attorcigliano facendo di se stessi un nodo, altri che non sanno fare altro che pensarsi ripiegati nell’armadio prima del tempo; un altro infine tenta di strapparsi alle pinze che lo trattengono, e vola via, aquilone fresco e bianco, ma poi si impiglia nei rovi, o cade nel fango: da chi dipende tutto questo, si chiede con amarezza il poeta, da chi? Nella dolente e bellissima Però ‘e speranze noste chiede ai superstiti, attraverso una sequenza di intense metafore, di non mandare pensieri e lacrime, ma di prendersi «le speranze, le speranze assurde nostre» che «a voi possono servire».
Il titolo della raccolta è anche del primo componimento, in cui l’interlocutore è il senzo r’ ’a vita (il senso della vita): se mi giuri che ci sei, che esisti, io ti credo, mi arrendo, non mi affatico più scervellandomi a «togliere col pensiero/ le coperte che stanno sulle cose», gli dice l’autore, e gli promette anche di non tentare di sapere chi sia, che faccia abbia; se gli dicesse che da qualche parte esiste, se pe’ piacere appena appena parlasse, finirebbe di scavare tormentoso il tarlo della riflessione, nella mente del poeta.
Nobile disperazione, malinconia di finissimo conio dagli spenti bagliori di ‘napoletanità’, o di luce campana tra terra e mare, è quella di Mastrangelo (dal tratto anche lievemente chagalliano): cantore del dolore del mondo, egli medita insaziabile sul senso del vivere. Rivolta al cielo è la brevissima Cielo muto e luntano: cui il poeta dice che, mentre quello non si è accorto di lui, lui per il cielo ha fatto una pazzia, ha vissuto. Nell’amarezza delle considerazioni vi è pur sempre, anche in questa raccolta, un velo appena di consolazione, l’affettività, la tenerezza nell’immaginare. Quella del poeta nell’espressione del dolore è cioè una misura di speciale qualità, rattenuta, cantabile, per così dire, infinitamente umana: un dolore anche confortato, come nello straordinario testo ’E traìne.
Si pe’ piacere appena appena parle
Si tu me giure ca ce staje, ca esiste,
senzo r’ ‘a vita, io te crero, m’arrenno,
cchiù nun m’acciro a levà c’ ‘o penziero
‘e ccuperte ca stanno ncopp’ ê ccose,
è na fatica amara ‘a riflessione,
nun è nu scummiglià lieve e felice
com’a chillo ca ‘o viento maleziuso
fa cu ‘e vveste e cu ‘e ccosce r’ ‘e gguaglione.
Si viene e cunte ca staje mmiez’a nnuje,
‘e chello ca me rice m’accuntento,
e ‘i sapé chi sì tu, che faccia tiene,
te prumetto, nun tento.
Accumencio a veré sta rëaltà
vasata mmocca ra na luce nova,
fenisce ‘e me scavà rinto stu tarlo,
si rice ca ra quacche parte staje,
si pe’ piacere appena appena parle.
Se per piacere appena appena parli – Se tu mi giuri che ci sei, che esisti, / senso della vita, io ti credo, mi arrendo, / più non mi ammazzo a togliere col pensiero / le coperte che stanno sulle cose, / è una fatica amara la riflessione, / non è uno scoprire lieve e felice / come quello che il vento malizioso / fa con le gonne e le cosce delle ragazze. // Se vieni e racconti che sei fra noi, / di quello che mi dici mi accontento, / e di sapere chi sei, che faccia hai, / ti prometto, non tento. // Comincio a vedere la realtà / baciata in bocca da una luce nuova, / finisce di scavarmi questo tarlo, / se dici che da qualche parte stai, / se per piacere appena appena parli.
‘E traìne
Viene ccà, accosta ‘a recchia a ‘o pietto mio,
‘o siente stu rumore?
So’ ‘e traìne r’ ‘a vita
ca portano rulore.
S’avvicinano lente,
vèneno ra deserte ‘e scuro ignoto,
scavano, vïaggianno,
surche prufunne mmiez’ â via ‘e rrote.
Siente? Mo ccà se fermano,
se tocca quase r’ ‘e cavalle ‘o sciato,
pàrteno cchiù leggiere
pecché ‘o rulore a mme l’hanno lasciato.
Ma io nun me rattristo
e‘ a pena ‘e tutto chesto me s’allenta,
si sti traìne ch’ ‘e cuntinuo arrivano
ncopp’a stu pietto mio tu rieste a sente.
I carri – Vieni qua, accosta l’orecchio al mio petto, / lo senti questo rumore? / Sono i carri della vita / che portano dolore. // S’avvicinano lenti, / vengono da deserti di buio ignoto, / scavano, viaggiando, / solchi profondi nella via le ruote. // Senti? Ora qua si fermano, / si tocca quasi dei cavalli il fiato, / partono più leggeri / perché il dolore a me l’hanno lasciato. // Ma io non mi rattristo / e la pena di tutto questo mi s’allenta, / se i carri che continuamente arrivano / su questo petto mio resti a sentire.
Però ‘e speranze noste
Quanno ‘amm’ ‘a esse muorze ‘e scurdamiento,
e ormaje già mo se campa
purtanno mbraccio chillu
senzo cupo r’allarme,
quanno ‘amm’ ‘a esse sultanto parole
mute ‘e nu libbro ‘e marmo,
lasciatece pe’ sempe
r’ ‘e vvite voste liete sott’ ê piere,
ràtece, anze, na mano
a gghì oltre ‘o muto stritto ‘e terra nera,
e lacreme e penziere nun mannate
a tutto chello ca nuje simmo state.
Però ‘e speranze noste,
e n’ha tenuto tante
rinto astipate l’anema scuieta,
nun ‘e ffacìte scenne
cu nnuje sott’ â preta,
levàtecele ‘a rinto, ‘a cuollo, ‘a pietto,
sfilàtele ra ‘e ddete com’anielle,
‘e speranze, ‘e speranze assurde noste
a vvuje ponno servì, pigliàtevelle.
Però le speranze nostre – Quando saremo bocconi d’oblio, / e ormai ora già si vive / portando in braccio quel / senso cupo d’allarme, / quando saremo soltanto parole / mute d’un libro di marmo, / lasciateci per sempre / sotto i piedi delle vostre vite liete, / dateci anzi una mano / ad andare oltre l’imbuto stretto di terra nera, / e lacrime e pensieri non mandate / a tutto quello che noi siamo stati. // Però le speranze nostre, / e ne ha avute tante / serbate dentro l’anima irrequieta, / non fatele scendere / con noi sotto la pietra, / levatecele da dentro, da dosso, dal petto, / sfilatele dalle dita come anelli, / le speranze, le speranze assurde nostre / a voi possono servire, prendetevele.
Cielo muto e luntano
Cielo muto e luntano, cielo mio,
mentre tu ‘e me nun te ne sì addunato,
io pe’ tte aggio fatto na pazzia:
Aggio campato.
Cielo muto e lontano – Cielo muto e lontano, cielo mio, / mentre tu di me non ti sei accorto, / io per te ho fatto una pazzia: / Ho vissuto.
E songo panne spase
E songo panne spase ‘e vvite noste,
‘e stesse mane cu ‘e ddete suttile
cu ‘o stesso amore l’hanno appise a ‘o filo.
Ra chi dipenne, si ce sta chi è stiso
e d’ ‘o viento adduruso
se sa piglià felice ogni prumessa,
chi s’atturciglia invece,
nu nùreco facenno r’isso stesso,
chi nun riesce a fà ato
ca se penzà, prima ca vene ‘o tiempo,
rint’ ô stipo r’ ‘a casa già chiecato,
e chi a pruvà se mette
‘e se sceppà cu fforza
ra ‘a stretta r’ ‘e mmullette,
pe’ gghì luntano ‘a tutto,
cumeta fresca e gghianca,
ma ncopp’ ê spine r’ ‘e ruste se ‘mpiglia
o va a caré pe’ terra rint’ â zanca?
E sono panni stesi – E sono panni stesi le nostre vite, / le stesse mani con le dita sottili / con lo stesso amore li hanno appesi al filo. // Da chi dipende, se c’è chi è steso / e del vento odoroso / si sa prendere felice ogni promessa, / chi s’attorciglia invece, / facendo un nodo di sé stesso, / chi non riesce a far altro / che pensarsi, prima del tempo, / nell’armadio di casa già piegato, / e chi a tentare si mette / di strapparsi con forza / dalla stretta delle mollette, / per andare via da tutto, / aquilone fresco e bianco, / ma sulle spine dei rovi s’impiglia, / o va a cadere in terra dentro al fango?
(Mario Mastrangelo da Si pe’ piacere appena appena parle (Se per piacere appena appena parli), 2007, Ed. Lunarionuovo, Catania)
***
Addó ‘e lume e ‘i silenzie
Me voglio mette a scutulià stu cielo
come si fosse n’albero,
senza nisciuna raggia,
ma come pe’ nu juoco
spenzierato ‘e guagliune,
c’ ‘o rischio ca me vene a caré ncapo
na preta janca e sfrantumata ‘e luna,
càvera ancora ‘e luce sunnulenta,
e a me levà ‘o respiro, tutte nzieme,
m’arrivano vulanno nfaccia ‘e stelle,
com’a ppalomme r’argiento cucente.
Scutulià, scutulià sempe cchiù forte,
fin’a quanno ra ‘e rame scunfinate,
ca stanno assaje cchiù ncoppa r’ ‘a vertiggine
addó ‘e lume e ‘i silenzie
ca ce ‘ncantano â notte songo appise,
scenne a mme com’a ffoglia tremulante,
niro ‘e pagliuzze o frutto,
‘o senzo ‘e chello ca ccà abbascio esiste,
‘a spiegazzione ca ce svela tutto.
Dove i lumi e i silenzi – Mi voglio mettere a scuotere questo cielo / come se fosse un albero, / senza nessuna rabbia, / ma come per un gioco / spensierato di ragazzi, / col rischio che mi viene a cadere in testa / una pietra bianca e frantumata di luna, / ancora calda di luce sonnolenta, / e a togliermi il respiro, tutte assieme, / mi arrivano volando in faccia le stelle, / come farfalle d’argento cocente. // Scuotere, scuotere sempre più forte, / fino a quando dai rami sconfinati, / che stanno assai più sopra della vertigine / dove i lumi e i silenzi / che ci incantano di notte sono appesi, / scende a me come foglia tremolante, / nido di pagliuzze o frutto, / il senso di quello che quaggiù esiste, / la spiegazione che ci svela tutto.
Chesti llenzóle
Chesti llenzóle ca tu stammatina
fore ô barcone te sì misa a stenne
‘e nu viento scuiéto
mo se stanno rignenno.
Eppure fin’a nu mumento fa
lungo ‘o filo pennéveno assunnate,
quadrate lisce, ùmmete ‘e freschezza,
ca vuléveno ‘e sole esse avvampate.
Po’ nu sciuscio ‘mpruvviso
e ‘i llenzóle addevèntano
cumete, mungulfiere, vele spase
ca verso oceane e rrotte scunusciute
pare ca fanno move tutt’ ‘a casa.
E pure a nuje, ca ce verimmo annanze
‘e jancóre adduruso na tempesta,
ca scummoglia ra sott’ ê ffacce stanche
‘a voglia ‘e ì luntano ca ce resta.
Nun te meraviglià perciò si truove
tracce ‘e cunchiglie, ‘e fare,
‘e golfe, ‘e scoglie,‘e bastimente antiche,
mo ca ‘e llenzóle finalmente asciutte
lieve ra fore e dint’ â stanza ‘e cchîche.
Queste lenzuola – Queste lenzuola che tu stamattina / fuori al balcone ti sei messa a stendere / d’un vento irrequieto / si stanno ora riempendo. // Eppure fino ad un momento fa / lungo il filo pendevano assonnate, / quadrati lisci, umidi di freschezza, / che di sole volevano essere avvampati. // Poi un soffio improvviso / e le lenzuola diventano / aquiloni, mongolfiere, vele distese / che verso oceani e rotte sconosciute / pare che fanno muovere tutta la casa. // E pure noi, che ci vediamo davanti / di biancore odoroso una tempesta, / che scopre da sotto alle facce stanche / la voglia di andare lontano che ci resta. // Non meravigliarti perciò se trovi / tracce di conchiglie, di fari, / di golfi, scogli, di bastimenti antichi, / ora che le lenzuola finalmente asciutte, / togli da fuori e nella stanza pieghi.
Ancora tanto
N'è rimasto cu nuje ancora tanto,
'e rulore,
'e ffascine r' 'o tiempo
llà vicino se songo accise a spanne
pe' gghiuorne e gghiuorne fuoco,
ma abbrusciato nun l'hanno.
'O lligname s' è sciuoto rint' â fiamma,
ca ogni cosa ca tocca cunzuma,
ma 'o rulore è rimasto,
preta nera e 'nfucata
mmiez' a nu lietto 'e cenere e fumo.
E l'anema ha capito finalmente,
mo nun aspetta cchiù
c'attuorno llà s'appicciano ati vvampe,
piglia pe' terra 'a preta cucente,
s' 'a porta ‘mbraccio e ce pazzéa, e ce campa.
Ancora tanto – Ne è rimasto con noi ancora tanto, / di dolore, / le fascine del tempo / lì vicino si sono ammazzate / a spandere per giorni e giorni fuoco, / ma non l'hanno bruciato. // Il legno s'è disciolto nella fiamma, / che ogni cosa che tocca consuma, / ma il dolore è rimasto, / pietra nera e infuocata / in mezzo a un letto di cenere e fumo. // E l'anima ha capito finalmente, / non aspetta ora più / che lì attorno s'accendano altre fiamme, /prende per terra la pietra cocente, / la porta in braccio e ci gioca, e ci vive.
(Mario Mastrangelo, da Addó ‘e lume e ‘i silenzie (Dove i lumi e i silenzi), 2004, Ed. Ripostes, Salerno)
www.mariomastrangelo.it

Mario Mastrangelo (Salerno, 1946) compone versi nel dialetto della sua città, ed ha pubblicato finora sei raccolte di poesie: ‘E penziere r' 'a notte (I pensieri della notte), 1992; 'E terature r' 'a mente (I cassetti della mente ), 1994; 'E ttegole r' 'o core (Le tegole del cuore), 1997; 'O ccuttone cu 'a vocca (Il cotone con la bocca), 2000; Addó ‘e lume e ‘i silenzie (Dove i lumi e i silenzi), 2004; e Si pe’ piacere appena appena parle (Se per piacere appena appena parli), Edizioni Prova d’Autore, Catania, 2007.
Commenti alla sua opera poetica sono inseriti in volumi di critica letteraria e presenti sulle riviste Lunarionuovo, Pòiesis, il Belli (996), Periferie,Voci dialettali, Ciàcere en trentin, Incroci, Città di vita.
Sue poesie, con traduzione in inglese, accompagnate da registrazione audio del testo dialettale, sono presenti sul sito americano Italian Dialect Poetry curato da Luigi Bonaffini, professore di Italiano alla City University of New York.
Ha vinto numerosi premi letterari. Diverse sue composizioni sono pubblicate su riviste e raccolte in antologie (tra queste: Poesia degli anni Novanta, Pòiesis, Roma, 2000; Il pensiero poetante, Il viaggio, Genesi Editrice, Torino, 2004); Scritture frammentarie (sull’inquietudine dialettale) di Luciano Zannier, edizioni del silenzio, Udine, 2005; Antologia della poesia erotica contemporanea, Atì Editore, Milano, 2006; 15 poeti per Ischitella, 2006, Edizioni Cofine, Roma; Stagioni, Editrice Lietocolle, 2007, E vuó sapé pecché, Ed. Marcus, 2008.
Affianca all’attività di poeta quella di critico e di studioso di vari aspetti della poesia italiana contemporanea (dialettale e non), con contributi pubblicati su varie riviste di letteratura.
È nel direttivo dell'Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali (Roma).
recensione di Antonietta Gnerre pubblicata sul settimanle irpino «il Ponte» il 28-3-09
scheda del libro qui
Carissimi amici ed amiche,
il 2 aprile 2005 ci lasciava il papa Giovanni Paolo II - ma la vita, come sapete, non e' tolta, bensi' trasformata - e proprio oggi, 2 aprile, quarto anniversario della sua scomparsa dalla scena di questo mondo, esce il mio nuovo libro: Nasconditi dentro il mio cuore. È un libro di spiritualita' che dedica molte delle sue pagine a quello che si puo' certamente definire il "globe-trotter del Padre misericordioso", appunto Karol Wojtyla, che fu uno straordinario amico di Dio. Per saperne di piu' del libro andate sulla pagina web Nasconditi dentro il mio cuore.
La rivista In Purissimo Azzurro indice un concorso letterario riservato agli inediti diviso in tre sezioni: poesia, narrativa, saggistica. In palio c'èper chi vince la pubblicazione, e l'intero bando lo potete trovare su www.inpurissimoazzurro.info/concorso_2009.htm
Nel mensile «Madre di Dio» di aprile potete leggere un mio articolo su santa Caterina da Siena, patrona d'Italia e compatrona dell'Europa: Donna di prima, vera grandezza
Volevo infine comunicarvi che da qualche giorno sono reperibile anche in Facebook, percio' mi potete cercare e trovare su questo social network, entrando nel gruppo dei miei amici.
Grazie, carissimi, della vostra attenzione. A tutti voi auguro una felice e santa Pasqua di Resurrezione!
Maria Di Lorenzo
MARTEDI' 7 APRILE - ORE 18.00
LIBRERIA UBIK - CORSO VERDI 119 - GORIZIA
Ogni Latitanza ha il suo Nome
Presentazione dei libri
Latitanze
di Mauro Daltin
e
A ogni cosa il suo nome
di Francesco Tomada
Introduce, coordina, modera e chiacchiera
Maurizio Mattiuzza (poeta)
Ogni Latitanza ha il suo nome è il titolo di questa serata dove Mauro Daltin presenterà la raccolta di racconti Latitanze (Besa editrice) e Francesco Tomada presenterà il suo libro di poesie A ogni cosa il suo nome (Le Voci della Luna). Il tutto sarà coordinato da Maurizio Mattiuzza. Un reading e molte chiacchiere per raccontare un libro di poesie assieme a un libro di narrativa, entrambi freschissimi di stampa.
Mauro Daltin lavora nell'editoria da alcuni anni, ora come responsabile editoriale. Ha fondato la rivista "PaginaZero-Letterature di frontiera". Collabora come autore con il Touring Editore, conduce programmi radiofonici e spesso si diverte a leggere in pubblico. Ha pubblicato il libro L'eretico e il cattolico. Intervista a Elio Bartolini (Kappa Vu) e la raccolta di racconti Latitanze (Besa Editrice). Latitanze è anche un blog: http://latitanze.wordpress.com
Francesco Tomada è nato nel 1966 e vive a Gorizia. I suoi testi sono apparsi su numerose riviste e pubblicazioni in Italia, Slovenia, Canada, Francia, e sono stati tradotti anche in inglese e cinese; è inoltre presente nelle raccolte Frantumi e Intrecci (Sottomondo). L'infanzia vista da qui è la sua prima raccolta, edita nel dicembre 2005. Nel 2008 è uscita la sua seconda raccolta A ogni cosa il suo nome (Le Voci della Luna).
di Vincenzo D'Alessio
Quest’anno la giornata dedicata al comprensorio ritorna a Solofra, terra natale di monsignor Michele Ricciardelli. La domanda che poniamo ai solofrani è: quanti hanno onorato in vita monsignor Ricciardelli? Quanti prendono parte consapevoli del significato di questa giornata dedicata al suo impegno di grande studioso e di pastore buono?
Grazie alla sua grande anima abbiamo vissuto con don Michele dei momenti eccezionali: è stato immediatamente al fianco del Gruppo Culturale “F. Guarini” nelle edizioni del Premio Nazionale Biennale di Poesia “Città di Solofra” ad iniziare dalla quinta edizione del 1984, curando anche l’introduzione all’antologia del premio. Ha seguito poi tutte le altre edizioni come componente della Giuria del Premio. Ha seguito anche i giovani studenti delle scuole medie di Solofra che prendevano parte al corso di archeologia sul territorio dal 1984 ed è fotografato nel 1987 all’incontro con i giovani studenti nel cinema D’Ambrosio (vedi la pubblicazione Metodologia di ricerca e salvaguardia del territorio: Esperienza nelle scuole medie della provincia di Avellino, edizioni G.C. F. Guarini,1988, vol. 2°).
Nel 1990 abbiamo collaborato fattivamente alla pubblicazione del primo documento completo sul sisma del 23 novembre 1980: Il minuto più lungo della vita (edizioni Centro Culturale Orizzonte 2000-1990) nel quale don Michele ha fornito il meglio della sua cultura in favore della città natale. Nel contempo lo accompagnavamo con la musica sacra nelle sue funzioni religiose nelle chiese di tutta l’area irpina e salernitana dove diffondeva dall’altare e nel confessionale la sua profonda e sincera fede nella salvezza delle anime alla luce della propria coscienza.
Nel 1999 il Gruppo Culturale “F. Guarini” consegna, nel corso della tredicesima edizione del Premio Nazionale Biennale di Poesia “Città di Solofra”, il Premio alla Cultura, medaglia d’argento del Presidente della Repubblica, al chiarissimo professore Michele Ricciardelli. Dopo la Sua scomparsa avvenuta a Sommerville (USA) il 15 maggio 2000 il Gruppo Culturale “F. Guarini” promuove le edizioni consecutive del Premio di Poesia con una sezione dedicata interamente all’illustre professore scomparso, in accordo con i suoi famigliari.
Il 4 novembre 2005 il Gruppo Culturale “F. Guarini” invia formale richiesta, al Presidente della Repubblica, on.Giorgio Napolitano, per la concessione della Medaglia d’oro al valor civile alla memoria del difensore dei diritti dei più deboli e della Cultura, monsignor Michele Ricciardelli. Il Presidente approva. Ma per completare l’iter l’Amministrazione Comunale pro tempore deve fare sua questa nostra proposta. Niente affatto. L’Amministrazione Comunale con propria deliberazione della Giunta Municipale n° 357 del 28 giugno 2007, su insistenza della Prefettura di Avellino, emette la delibera ma non immette nel deliberato la voce che designa il Gruppo Culturale “F. Guarini” come il richiedente la Medaglia d’oro al valor civile.
Ritornando, quindi, in questo maggio 2009 alla giornata dedicata al comprensorio dei comuni irpini e alla memoria dell’indimenticato Monsignor Michele Ricciardelli questa Associazione rinnova, alle “buone persone”, che ancora vivono a Solofra, di tenere sempre accesa la fiamma viva della memoria dei “figli migliori” che hanno dato in vita, e danno oggi in morte, lustro alla loro terra natale. Fate in modo di testimoniare ai vostri figli, nipoti e discendenti, l’impegno inoppugnabile del bene profuso in favore della propria terra e della propria gente da parte di chi ha dato senza nulla chiedere in cambio.
Aprile, 2009 dr. Vincenzo D’Alessio
(Fondatore del Gruppo Culturale “F. Guarini”)