
Non so dir molto di questi versi se non che li trovo veri (per quel che il mio povero giudizio qui altrove può valere), li trovo esatti (in senso etimologico “condotti fuori”), ovvero sintesi di un vissuto e di una visione del mondo non esibiti ma che il lettore sente presenti e fondanti. Sono dunque versi dalle basi solide e dalla sonorità chiara, con un messaggio che non ci lascia inerti e non ci blandisce con meri esercizi di stile, ma con un dettato intenso e sobrio (a tratti salmico): “E intanto qui tutto si sgretola tra due oscurità / (…) siamo pur sempre in attesa di un risveglio”.
Ti cerco
Come acqua che si muove contro corrente
tra il buio e un centro – io ti cerco
senza preghiera sulle labbra
con la miseria e la forza delle ginocchia
dove una voce buca la ruggine e spezza
quel sonno che annoda i corpi a questa terra
che non ha promesse di cielo, ma sete
sete inchiodata sulle mani
queste mani che attendono – incendiate – il mattino.
Radice
Chi sei colpa senza nome
che ancora scavi come un cerchio
fiamma chiara dell’invisibile che
vegli vorace sulla demenza del mio sonno?
Ora la notte è un silenzio spogliato
un controluce di passi che risale la mente
e nel buio dello specchio si rompe il seme
il sangue torna alla sorgente
luce impaziente fra le dita
la fronte pronta per il battesimo
quest’aria improvvisa che muove le porte.
Attendo il nascere nel sangue
l’acqua pura delle stelle
e un vento che batte alle tempie,
perché tutto tutto torna alla radice.
Occidente
Questa luce che ancora ci spinge
a galla come granelli di polvere
questo tempo di fango e fuoco
di pace e macello,
dove le ore hanno la forma della sete,
verso quale vita ci dilegua?
Verso quale occidente? Noi siamo,
siamo nel cuore di uno strappo
che non tiene
e di chi, di quali morti
questa pioggia risale
come una voce dai vetri?
Con la resistenza muta di chi torna
rami spenzoli sull’acqua
scavano queste mani
nel bianco di una promessa.
Giorni
E intanto qui tutto si sgretola tra due oscurità
e una luce che strappa tesse i giorni,
vita che premi senza chiedere
verso una crepa o un cielo
siamo pur sempre in attesa di un risveglio
e di un’acqua che illumini
le vene e il bianco delle nostre schiene.
C’è verità nella resistenza muta degli alberi,
nell’attesa che arde le voci e ci consuma.
Ma nel centro di quale distanza tutto si trascina?
Domandano queste mani
spalancate come occhi
in un’ansia di stelle.
Potsdamer Platz
«… La notte da cui provenivano era la stessa
che precede ogni nascita autentica…»
(Benjamin, Infanzia Berlinese)
Non c’è battesimo che si cancelli
nell’acqua della storia, tutto torna
senza promessa,
una rondine cerca riparo sotto i neon
e il suono della sua voce ancora ripete:
«Benda questo freddo, amore. Questo sale
sulle mani».
Perché il mattino chiede
di sciogliere l’ombra di una radice
ora che il sole secca il fango
e il tempo si confonde, dilegua
sulla sete delle nostre bocche. Qui,
tra i volti sconosciuti della piazza
dove voci nascondono voci
e ogni cosa all’improvviso è già
questa luce che non sappiamo afferrare.
(Berlino, agosto 2007)
Corrado Benigni è nato nel 1975 a Bergamo, dove vive. Ha pubblicato nel 2005 la raccolta in versi Alfabeto di cenere (Lietocolle). Sue poesie sono apparse su diverse riviste e giornali, tra cui: «Clandestino», «Gradiva», «Tuttolibri», «Avvenire», «Il Giornale». Nel 2007 è stato finalista del premio biennale di poesia Cetonaverde. Giornalista culturale, ha collaborato e collabora a diversi giornali, tra cui «Panorama» e il quotidiano «L’Eco di Bergamo», occupandosi di letteratura, poesia e arte.
5 commenti:
Ho trovao queste poesie di Corrado Benigni impregnate di un vissuto metafisico che sa trasportare in alto, cioè, nell'iperuranio dell'arte, la realtà. Con accenni stilistici precisi ha saputo il nostro autore dare respiro al suo sentire. Un sentire maturo capace di gridare sulle piazze, nei mattini e ritornare come voce nelle bocche piene di fango. Le immagini di Benigni sono intrise di melanconia genuina, spontanea mai ridondante o provocatoria. La sua penna sa gustare i tempi del creato.
cristian pretolani
Sono assolutamente d'accordo con chi mi ha preceduto. E' una poesia autenticamente malinconica eppure profondamente vitale. In particolare trovo davvero riuscito l'ultimo testo, con gli ultimi due magnifici versi...
Andrea Leone
un misto tra malinconia e gioia malinconica è lo splendore di queste poesie di corrado. Sembra che sia il buio, l'oscurità, o l'oscurantismo (medievale) a doverle accendere questi versi,forse + idologico kuello nella poesia(occidente), oscurantismo ereditato nn + nell'entourage, ma nella mente di ki vedi l'oscuro, di ki crede l'assenza del poeta, o meglio la sua incapacità di poter incevelire, o soptattutto, usando un termene settecentesco, illuminare la gente. Tanto a dire, ma mi limito citando Benzone quando dice: "Forse è tempo, giungere al faro, struggere del suo baleno".
ps;Mi scuso di dover correggere alcune parole.
Mi piace il tuo scivolare fresco e dolce tra le parole.
Stefania Menegatti
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